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Cronologia (II-III sec d.C. - 1959)

Tegula mancipum sulphuris del II sec dc, rinvenuta a  Milena, C.da Aquilia.II - III sec. d.C.

Risalgono a questo periodo i primi reperti archeologici che testimoniano l'estrazione dello zolfo in Sicilia. Si tratta di “Tegulae mancipum sulphuris” (“Tegole degli appaltatori di zolfo”) rinvenute nel territorio di Agrigento e di Milena (Caltanissetta).
Lo zolfo venne utilizzato nell'antichità in campo medico, per preparare rimedi e unguenti, nell'arte tessile, nell'industria dei vetri e in ambito rituale.

XVII secolo.

La bassa domanda di zolfo è soddisfatta, soprattutto, dalle solfatare vulcaniche. Nelle poche zolfare esistenti all'epoca, l'estrazione del minerale avveniva in superficie o in scavi di limitata profondità.

XVIII secolo.

Lo sviluppo chimico - industriale provocò l’aumento della domanda di zolfo. Si scoprì infatti nel 1736 un nuovo metodo per la preparazione dell'acido solforico a partire dallo zolfo.

1808.

L'abolizione dei diritti di monopolio regio sul sottosuolo diede impulso all'attività mineraria. Ferdinando di Borbone emanò un decreto con il quale abolì l'obbligo della decima, unificò la proprietà della superficie a quella del sottosuolo e diede la possibilità di apertura di una miniera esclusivamente al proprietario della corrispondente superficie, dietro il pagamento di una regalia di L.127,50. Il numero delle miniere di zolfo dovette aumentare. Vennero infatti, emanate in quegli anni (1809-1811-1813) delle disposizioni di legge per la tutela della vegetazione, circostante la miniera, dai danni dell'anidride solforosa; quest'ultima prodotta nella fusione del minerale di zolfo.

1822.

L'abate Francesco Ferrara, nel libro “Guida dei viaggiatori per la Sicilia”, scrisse:

La Sicilia abbonda di miniere di salgemma e molto più di quelle di solfo, sostanza che forma una considerabile parte dello interno delle sue terre. [...] questo minerale combustibile è anche in estrema copia in tutti quasi i luoghi dell'Isola di qua e di la del fiume Salso.

Intorno a quegli anni lo zolfo si affermò come uno dei componenti di base dell'industria chimica mondiale. Lo zolfo venne utilizzato per la produzione di esplosivi e fiammiferi. Il suo principale derivato, l'acido solforico, venne utilizzato per la preparazione di altri acidi, solfati, medicinali, zucchero, vetro, vernici e disinfettanti. Lo zolfo e l'acido solforico raggiunsero nel XIX secolo un ruolo paragonabile oggigiorno a quello del petrolio.

1835.

Tra il 1830 ed il 1835, infatti, il numero dei cantari di zolfo, prodotti in Sicilia, quasi raddoppiò, passando da 350.000 a oltre 660.000. L'intera produzione di zolfo venne destinata all'esportazione, per cui nel 1835 i principali acquirenti furono i paesi maggiormente industrializzati: Gran Bretagna (325.793 cantari) e Francia (262.774). La restante quantità di zolfo siciliano venne richiesta dagli Stati Uniti e da una decina di altri paesi europei.

1839.

Venne redatta la “Statistica generale delle zolfare in Sicilia”. Dal documento si ricavano l'ubicazione, i proprietari, gli esercenti e la produzione di ciascuna zolfara.

1837.

L'elevato numero delle miniere (407 di cui 193 nella provincia di Caltanissetta e 170 in quella agrigentina) connesso all'eccessivo ottimismo dei produttori determinarono notevoli giacenze di zolfo. Si ebbe allora la prima crisi di sovrapproduzione manifestata da un rovinoso crollo del prezzo medio dello zolfo.

1838.

Il governo borbonico istituì un monopolio di vendita dello zolfo “che regolamentasse la produzione solfifera, al fine di evitare la sovrapproduzione ed il conseguente crollo dei prezzi” . Nel 1838 venne, così, approvata la società francese “Compagnie des soufres de Sicilie”, rappresentata da Amato Taix ed Arsenio Aycard. La “Taix-Aycard” assicurò l'acquisto di prestabilite quantità di zolfo a prezzi determinati.

1840.

Il blocco della quote di produzione, associato al prevedibile divieto di apertura di nuove miniere, provocò un forte aumento dei prezzi dello zolfo nel mercato estero. Le industrie inglesi, le quali erano le maggiori importatrici di zolfo, protestarono energicamente chiedendo l'intervento del governo britannico. L’intervento della flotta della Gran Bretagna innanzi al porto di Napoli obbligò il re delle Due Sicilie a disdettare il contratto e a pagare alla compagnia Taix-Aycard un cospicuo indennizzo.

1841 - 1860

Nonostante i grandi interessi commerciali, nelle miniere di zolfo coesistettero sistemi di lavoro del tutto primitivi e le precarie condizioni tecniche dell'industria erano determinate, in larga parte, da vincoli di gestione, tra proprietari ed esercenti, di antico stampo feudale.
A testimonianza delle tecnologie arcaiche esistenti nelle miniere di quegli anni, vi era il metodo di fusione dello zolfo della calcarella. Per separare lo zolfo dal resto del minerale estratto (ganga) si bruciavano dei piccoli cumuli di minerale. I due terzi dello zolfo si volatilizzavano sotto forma di anidride solforosa, con grave danno degli operai e delle colture circostanti.

1841.

La domanda di zolfo, da parte dei paesi esteri, crebbe rapidamente poiché il minerale divenne l'unico rimedio efficace ad una malattia dei vigneti (l'oidium) propagatasi in tutta Europa.

1851.

Si registrò, quindi, un forte aumento della produzione agevolata, anche, dall'introduzione del calcarone nella procedura di fusione dello zolfo, in sostituzione delle calcarelle. I calcaroni, sono costruzioni di forma cilindrica, con pavimento a piano inclinato (10-15 gradi) di diametro tra i dieci ed i venti metri circondato da un muro alto circa cinque metri. Un muro di gesso separava il calcarone dalla camera antistante, nella quale l'arditore (operaio specializzato nella fusione dello zolfo), dopo alcune settimane dall'accensione, provvedeva ad aprire il foro della “morte” ed a suddividere la colata di zolfo fuso. Il metodo di fusione del calcarone aumentò il tenore di zolfo fuso, diminuendo l'emissione di anidride solforosa.
Alla miniera Trabonella rimangono visibili, ancora oggi, due lunghe batterie di calcaroni nelle quali si distingue, un colossale calcarone con spalle in blocchi di pietra e foro della “morte” ancora intatti.

1861.

Con l'unità d'Italia il sistema solfifero siciliano visse importanti innovazioni rimanendo comunque legato agli antichi problemi riguardanti i modi ed i rapporti di produzione.
Il Ministro di agricoltura e commercio, Filippo Cordova (fig. 7), originario della provincia nissena, istituì nell'ottobre 1861 una “Giunta per il miglioramento della coltivazione delle miniere di zolfo e dell'industria solfifera”. La Giunta, pur evitando di discutere l'arretratezza dei rapporti di produzione in quanto espressione degli interessi dei proprietari minerari, propose al ministero interventi innovativi:

  1. istituzione del Corpo delle Miniere siciliano, con sede a Caltanissetta;
  2. istituzione di una Scuola per capi minatori affidata all'ingegnere piemontese Mottura, con sede a Caltanissetta;
  3. realizzazione della carta geologica dell'area zolfifera siciliana.

1863 - 1870.

Nel decennio post-unitario iniziò la costruzione delle rete ferroviaria siciliana. Ad eccezione della linea ionica, i tronchi ferroviari siciliani seguirono la dislocazione degli insediamenti solfiferi, tra luoghi di produzione, raffinazione e commercio. Sino al 1870 le due linee Palermo Lercara e Catania Leonforte “posero le zolfare delle province di Palermo e Catania in una posizione privilegiata rispetto le altre esistenti nelle aree interne”.

1871 - 1885

Negli anni settanta l'aspirazione ad ottenere il controllo commerciale delle aree solfifere interne portò ad uno scontro durissimo tra le città costiere orientali, insieme a Girgenti, e Palermo. Il motivo pratico del contendere fu il collegamento delle linee progettate Palermo-Porto Empedocle e Catania-Licata.
Sebbene i favori del governo centrale ricadettero sui tracciati proposti dalle elites politiche palermitane, le scelte definitive sancirono “il ruolo emergente del porto di Catania e delle contigue attività di raffinazione”.
Ne furono prova i dati relativi al movimento dello zolfo nelle stazioni nel 1885: Catania-116.700 tonnellate, Porto Empedocle-103.228 T, Licata-58.746 T, Termini Imerese-11.343 T, Palermo-5.780 T.

1886.

Negli anni successivi all'unità nazionale si ebbe un forte aumento della produzione, di molto superiore al consumo, con il verificarsi di attività speculative degli intermediari. Si passò dalle 150.000 tonnellate di zolfo prodotto nel 1860, alle 326.657 T del 1886. La sproporzione tra produzione ed effettiva domanda portò ad avere, nel 1886, 400.000 tonnellate di zolfo in deposito. Questa, ennesima, crisi di sovrapproduzione portò ad un grave ribasso dei prezzi dello zolfo.
Nonostante i risvolti mondiali dello zolfo siciliano, l'organizzazione imprenditoriale locale perpetuò i suoi sistemi di produzione desueti ed irrazionali.

[…] lo zolfo siciliano costituiva la principale o una delle principali ricchezze minerarie italiane, ed era una autentica riserva del mondo. […] Fra il 1860 e il 1890 lo zolfo estratto in provincia di Caltanissetta, e nelle altre province contermini, rappresentava un supporto fondamentale del rapporto dell'Italia con il mercato internazionale. Allora la bilancia commerciale italiana aveva assai bisogno di valuta pregiata che facilitasse la crescita industriale del paese, e gran parte di questa valuta veniva fornita appunto dall'industria siciliana dello zolfo. Ma pur con quelle circostanze favorevoli le innovazioni tecnologiche come pure le modificazioni della organizzazione produttiva per incapacità, per mancanza di capitali, per inesperienza imprenditoriale, ma anche per errato calcolo economico (lo sfruttamento sic et simpliciter del lavoro umano rendeva di più che la costosa e non sempre promettente introduzione di nuove macchine), […] vennero sistematicamente scartate.

1896.

Gli industriali inglesi interessati alla produzione ed al commercio dello zolfo e preoccupati dalla discesa dei prezzi, avanzarono delle proposte di riassetto commerciale. Nel 1896 si giunse alla costituzione della “Anglo Sicilian Sulphur Company” su iniziativa di Ignazio Florio ed imprenditori inglesi. La compagnia

[…] si assicurò, ad un prezzo determinato, contro pagamento alla consegna, circa la metà della produzione siciliana. Era anche prevista, ma in maniera del tutto inapplicabile, la possibilità di frenare la produzione. Il Governo, dal canto suo, abolì il dazio di esportazione e tutte le tasse dirette e indirette gravanti sulla produzione e sul commercio solfifero. Unico prelevamento, quello di una lira su ogni tonnellata di zolfo esportato.
[…] Un più facile accesso al credito consentì ai produttori più avveduti ai attuare qualche miglioramento delle attrezzature.

Si riuscì a stabilizzare i prezzi dello zolfo e le grandi miniere migliorarono gli impianti grazie, anche, all'arrivo di tecnici e borghesia imprenditoriale provenienti dal nord dell'Italia. La quasi totalità dei vecchi impianti, oggigiorno visibili in parte nelle zolfare situate a nord-est di Caltanissetta, risalgono infatti a qual periodo storico.
Risale a quegli anni la scoperta di un innovativo metodo di fusione dello zolfo detto “forno Gill”. Il sistema era basato su due celle comunicanti in muratura. In alto le due celle comunicavano fra loro con un condotto orizzontale. Il forno veniva acceso dopo aver messo in comunicazione le due celle, che a loro volta comunicavano con una canna fumaria. I prodotti di combustione della prima cella, detta motrice, erano sufficienti a far separare il minerale dalla ganga che era posto nella seconda. Per rendere il procedimento più redditizio alle due celle base se ne collegavano delle altre.

1901.

La stabile politica commerciale della Compagnia Anglo-Sicula connessa ai miglioramenti tecnologici delle zolfare ebbero effetti positivi sulla produzione mineraria. Il 1901 fu, infatti, l'anno di massima produzione ed occupazione, in assoluto, delle zolfare siciliane: 537.543 tonnellate di zolfo prodotto con 38.922 operai.


Nel 1901 si raggiunse la massima attività del settore zolfifero Siciliano.
[…] si ottennero 538.000 tonnellate di zolfo, produzione mai raggiunta nel tempo; rappresentò in quell'anno il 95% della produzione nazionale; l'84% dello zolfo prodotto in Sicilia pari a tonnellate 472.000 venne acquistato da 30 Paesi dell'Europa, dell'America, dell'Asia e dell'Africa.

1906.

La favorevole situazione per lo zolfo siciliano si protrasse sino al 1906, anno in cui la “Anglo Sicilian Sulphur Company” cessò la propria attività avendo avvertito per tempo i pericoli derivanti dalla scoperta negli Stati Uniti d'America di un nuovo metodo di estrazione dello zolfo (il metodo “Frasch”).
Tale metodologia d'estrazione, non applicabile nel bacino zolfifero siciliano a causa di differenti conformazioni geologiche del sottosuolo, abbassò notevolmente i costi dello zolfo americano rendendo non più competitive economicamente le zolfare siciliane. La tecnica di estrazione americana fu totalmente diversa da quella utilizzata in Italia; non occorreva, infatti, impiegare migliaia di minatori nelle viscere della terra per scavare interminabili gallerie sotterranee.


Il metodo Frasch [...] consentiva in un unico ciclo di operazioni l'estrazione e la fusione del minerale con dei valori di
purezza del prodotto non ottenibili altrimenti senza ricorrere alla raffinazione. Il processo consiste nella
intercettazione a mezzo di trivellazioni meccaniche della vena solfifera a profondità variabili, nella fusione in loco
per mezzo di acqua e vapore acqueo ad alta temperatura e al trasporto del minerale in superficie mentre permane lo
stato di fusione.


La perdita siciliana del monopolio dello zolfo spinse i produttori siciliani a ricercare un accordo con l'Union Sulphur americana per la spartizione dei mercati.


Si propose di non più esportare in USA la produzione siciliana; da parte loro gli USA non avrebbero dovuto inviare zolfo in Europa. Un accordo di questo genere non poteva essere valido se non impegnativo per tutti i produttori siciliani […].
E poiché non appariva realizzabile una volontaria adesione di tutti ad un organismo rappresentativo, fu da più parti richiesto un provvedimento che imponesse l'unione:
nacque così la legge 15 luglio 1906, n. 333, istitutiva del “Consorzio Obbligatorio per l'Industria Zolfifera Siciliana”.


A partire dal 1906 la produzione di zolfo ed il numero degli operai cominciò sensibilmente a diminuire.

1917.

Gli accordi con l'Union Sulphur americana vennero meno allo scoppio della prima guerra mondiale, a causa dell'aumento della richiesta di zolfo per scopi bellici che consentì lo smercio di tutta la produzione zolfifera mondiale. Il 1917 fu un anno negativo per l'attività zolfifera siciliana: la produzione di zolfo scese a 183.159 tonnellate, più che dimezzata rispetto a dieci anni prima, mentre il numero di operai risultò, per la prima volta dal 1878, inferiore alle 10.000 unità (9.857).
In tale periodo di grave difficoltà economica delle zolfare mancò, ovviamente, del tutto ogni tentativo di miglioramento tecnologico degli impianti. Unica eccezione fu la miniera Trabonella, una delle maggiori zolfare della Sicilia. Nel 1916 si decise di spostare l'attività d'estrazione intorno ad un nuovo pozzo, situato ad Ovest e più a monte della vecchia zolfara, detto anche pozzo D'Oro, che raggiunse la profondità di metri 280.
Parte del castelletto metallico del pozzo D'Oro è ancora visibile, mentre l'imbocco del pozzo è sigillato da un blocco in muratura.

1918.

Il governo centrale prorogò il Consorzio obbligatorio di vendita per un dodicennio.
Nonostante gli accordi economici stipulati dal Consorzio Obbligatorio, lo zolfo siciliano, totalmente esportato all'estero, non riusciva a reggere la spietata concorrenza dell'industria americana. Ciò venne aggravato dall'impossibilità di trasformare lo zolfo in altre materie prime in prossimità dei luoghi di produzione, a causa dell'inesistenza in Sicilia di stabilimenti industriali di trasformazione. Tale utilizzazione avrebbe evitato allo zolfo siciliano la via obbligata dell'esportazione. Il numero delle miniere attive continuò a diminuire costantemente.

1927.

Il Regio Decreto 29 luglio 1927, n. 1443, reintrodusse la demanialità dei sottosuoli minerari cercando, seppure in ritardo, di trasformare il regime feudale di proprietà. La proprietà delle miniere passò allo Stato, più precisamente al Corpo Nazionale delle Miniere, dipendente dal Ministero dell'Industria Tuttavia il carattere della legge fu più formale che sostanziale. Infatti, nella miniera Trabonella, alla proprietà del barone Morillo si sostituì la concessione perpetua della S.A.M.T. (Società Anonima Miniere Trabonella), amministrata dal barone stesso. Anche alla miniera Gessolungo gli esercenti antecedenti al 1927 rimasero alla guida della zolfara, uniti sotto il nome di Società Anonima Miniere Gessolungo.
L'Industria zolfifera siciliana trasse un irrisorio beneficio, in termini di zolfo prodotto, da tale applicazione della legge.

1933.

Dopo la liquidazione del “Consorzio Obbligatorio per l'Industria Zolfifera Siciliana” nel 1932, la maggior parte dei produttori chiese nuovamente l'intervento dello Stato. Ebbe così vita, con il R.D. 1699/ 1933 “l'Ufficio per la Vendita dello zolfo italiano”, con sede in Roma.
L'ufficio riunì così, per la prima volta, in un unico organismo commerciale, tutti i produttori italiani, assicurando loro un ricavo minimo sugli zolfi prodotti.
Con ciò l'industria potè fruire di un periodo di relativa tranquillità, anche se i ricavi risultarono appena sufficienti a coprire le sole spese indispensabili di esercizio4.

1940.

L'Ufficio Vendita venne trasformato, nel 1940, in Ente Zolfi Italiano (E.Z.I.), ed in questo furono accentrate tutte le attività di carattere commerciale, tecnico-industriale e di assistenza sociale riguardante il settore solfifero. All'E.Z.I. fu  conferito il monopolio del commercio interno ed estero dello zolfo italiano. Ebbe anche i compiti di incoraggiare ricerche per trovare nuovi campi di lavoro e nuovi metodi di trattamento del minerale.


[…] il nuovo Ente, anche per le limitate disponibilità finanziarie concessegli dalla legge istitutiva, ben poco potè fare a favore dell'industria solfifera. Aggiungasi che il passaggio della guerra nell'Isola ed il permanere a lungo in Italia del fronte di operazione resero del tutto precari i vincoli con i produttori, ciscuno alle prese con le rovine prodotte dalla guerra alla propria miniera.


Nel 1950 venne costruita una centrale operativa dell'E.Z.I. a Caltanissetta, in contrada Terrapelata, in corrispondenza della nascita del villaggio operaio S. Barbara. La serie di edifici, ancora oggi esistenti ma abbandonati, era costituita da uffici tecnici, laboratori, magazzini e officine in cui lavorarono decine di geologi, chimici e periti minerari provenienti dal nord Italia e dalla stessa Caltanissetta.

1940-1944.

Durante il secondo periodo bellico molte miniere dovettero chiudere per le frequenti mancanze di energia elettrica con i conseguenti allagamenti delle gallerie interne. L'attività mineraria ebbe un crollo verticale. Nel 1944 la produzione di zolfo ed il numero di opeari raggiunsero il minimo storico dall'inizio del XIX secolo: 32.841 tonnellate di zolfo prodotto (208.896 nel 1940) e 4786 operai (14.043 nel 1940).
Alcune zolfare subirono, oltretutto, bombardamenti e mitragliamenti, dagli eserciti stranieri, con gravi danni alle strutture.

1951.

Alla fine degli eventi bellici, le riserve mondiali di zolfo, impoverite da un lungo conflitto mondiale (ricordiamo che lo zolfo fu un componente principale degli esplosivi bellici), e l'industria estrattiva americana non riuscirono a soddisfare la forte domanda generale di zolfo.
L'attività estrattiva riprese con un ritmo sostenuto, spesso a discapito della sicurezza delle maestranze.
Un forte impulso alla produzione di zolfo arrivò, anche dallo scoppio della guerra di Corea (1951).
Evidentemente, nel clima internazionale del tempo, di forte contrapposizione fra i due blocchi militari politici e ideologici avversi […], la prospettiva non era solo la guerra di Corea, ma il suo assai probabile allargamento ad latre aree del pianeta.
In quelle condizioni, il mercato mondiale divenne tutto ad un tratto un grande affamato di zolfo, materia prima della industria di guerra. In conseguenza non solo i prezzi salirono alle stelle: non si pose più pertanto il problema dei costi, anche altissimi. Ma il governo italiano, al fine di incrementare comunque la produzione, intervenne con apposita legge, la legge del 12 agosto 1951, stanziando 9 miliardi che poi furono portati a 16 […], onde ottenere l'incremento produttivo fino a 500 mila tonnellate di zolfo annue.
Alcune miniere, soprattutto le più estese, poterono beneficiare di ingenti investimenti per impianti di una certa rilevanza, sino al 1959.
Gran parte degli impianti moderni delle zolfare risalgono a quel decennio e sono ancora oggi visibili; interessanti non per il valore storico inesistente ma per la mole e l'alta tecnologia dei macchinari.

 

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