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8 - L'inizio del declino nel XX secolo (1900 - 1906)

La stabile politica commerciale della Compagnia Anglo-Sicula connessa ai miglioramenti tecnologici delle zolfare ebbero effetti positivi sulla produzione mineraria. Il 1901 fu, infatti, l’anno di massima produzione ed occupazione, in assoluto, delle zolfare siciliane: 537.543 tonnellate di zolfo prodotto con 38.922 operai.

"Nel 1901 si raggiunse la massima attività del settore zolfifero Siciliano. […] si ottennero 538.000 tonnellate di zolfo, produzione mai raggiunta nel tempo; rappresentò in quell’anno il 95% della produzione nazionale; l’84% dello zolfo prodotto in Sicilia pari a tonnellate 472.000 venne acquistato da 30 Paesi dell’Europa, dell’America, dell’Asia e dell’Africa per un valore di L. 52.000.000 di allora corrispondenti al 61% del valore totale di tutta la produzione mineraria del Regno.
La meccanizzazione raggiunse un alto livello con ben 119 macchine a vapore e 12 maneggi a cavalli. Il numero delle miniere in attività raggiunse il numero di 886, con una occupazione di 39.000 operai […].
[…] ancora ben 6.400 carusi di età inferiore ai quindici anni erano adibiti al massacrante trasporto a spalla del minerale dai fondali delle miniere alla superficie". (Zurli M., Luci ed ombre di miniera) La favorevole situazione per lo zolfo siciliano si protrasse sino al 1906, anno in cui la “Anglo – Sicilian Sulphur Company” cessò la propria attività avendo avvertito per tempo i pericoli derivanti dalla scoperta negli Stati Uniti d’America di un nuovo metodo di estrazione dello zolfo (il metodo “Frasch”).
Tale metodologia d’estrazione, non applicabile nel bacino zolfifero siciliano a causa di differenti conformazioni geologiche del sottosuolo, abbassò notevolmente i costi dello zolfo americano rendendo non più competitive economicamente le zolfare siciliane. La tecnica di estrazione americana fu totalmente diversa da quella utilizzata in Italia; non occorreva, infatti, impiegare migliaia di minatori nelle viscere della terra per scavare interminabili gallerie sotterranee.

Il metodo Frasch, che mise in crisi l’intera economia solfifera italiana, si distingue nettamente dai metodi tradizionali per l’estrazione dello zolfo in quanto si basava su una tecnologia che consentiva, in un unico ciclo di operazioni l’estrazione e la fusione del minerale con dei valori di purezza del prodotto non ottenibili altrimenti senza ricorrere alla raffinazione. Il processo consiste nella intercettazione a mezzo di trivellazioni meccanichedella vena solfifera a profondità variabili, nella fusione in loco per mezzo di acqua e vapore acqueo ad alta temperatura e al trasporto del minerale in superficie mentre permane lo stato di fusione. Per ottenere questo procedimento occorre trivellare il terreno con fori di diametro variabile fino alla profondità del giacimento. Quindi vengono calati dei tubi fino al tetto del giacimento; all’interno di questa camicia metallica vengono calati ulteriori tre tubi che vengono posizionati a profondità diverse nel giacimento. Viene introdotta acqua bollente a pressione e lo zolfo, che si liquefa a 116 gradi centigradi, si raccoglie in basso e quindi penetra nello spazio del tubo intermedio dove viene aspirato verso la superficie. All’esterno lo zolfo viene raccolto in appositi vasconi e quindi successivamente solidificato in contenitori di deposito (vat). (Zurli M., Luci ed ombre di miniera)



 

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