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4 - Periodo preunitario. Incremento domanda estera (1840 - 1860)

Intorno al 1840, nel settore chimico terminò il monopolio dello zolfo nella produzione di acido solforico, a causa dell’introduzione dell’uso delle piriti per la produzione dell’acido.
Tuttavia la domanda di zolfo, da parte dei paesi esteri, crebbe rapidamente poiché il minerale, polverizzato e mescolato con acqua, divenne l’unico rimedio efficace ad una malattia dei vigneti (l’oidium) propagatasi in tutta Europa. L’utilizzo dello zolfo nella coltivazione dei vigneti europei diventò un’operazione consueta per molti decenni, tanto da assorbire, alla fine del XIX secolo, quasi la metà della produzione dello zolfo siciliano. Si registrò, quindi, un forte aumento della produzione agevolata, anche, dall’introduzione del calcarone nella procedura di fusione dello zolfo, in sostituzione delle calcarelle. I calcaroni, che dal 1851 cominciarono a diffondersi nella maggior parte delle miniere, sono costruzioni di forma cilindrica, con pavimento a piano inclinato (10-15 gradi) di diametro tra i dieci ed i venti metri circondato da un muro alto circa cinque metri. Un muro di gesso separava il calcarone dalla camera antistante, nella quale l’arditore (operaio specializzato nella fusione dello zolfo), dopo alcune settimane dall’accensione e per un periodo lungo anche tre mesi, provvedeva ad aprire il foro della “morte” ed a suddividere la colata di zolfo fuso in degli appositi contenitori tronco – piramidali detti “gavite”. Questi forni erano capaci di contenere, compresa la sopraelevazione conica, duemila metri cubi di minerale, i quali venivano ricoperti da una “camicia” di “ginisi” (rosticcio, minerale di scarto derivato dalla fusione dello zolfo) e attraversato da alcuni sfiatatoi.
Il metodo di fusione del calcarone aumentò il tenore di zolfo fuso, diminuendo l’emissione di anidride solforosa ad un terzo dello zolfo contenuto nel minerale.
Alla miniera Trabonella rimangono visibili, ancora oggi, nell’area degli antichi impianti, due lunghe batterie di calcaroni nelle quali si distingue, per il buono stato di conservazione, un colossale calderone con spalle in blocchi di pietra e foro della “morte” ancora intatti. Nella parte sottostante i forni, alcuni calcaroni conservano le gallerie di ingresso, alla camera dell’arditore, composte da archi con blocchi di pietra lavorati.

 

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