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Minicu u carusu e u Campusantiddu

cimitero minatori 1999Ero arrivato in Sicilia, esattamente nella città di Caltanissetta da Passignano sul Trasimeno in provincia di Perugia, nel mese di settembre del 1952. Avevo lasciato la verde Umbria e il bellissimo lago, dopo aver trascorso, li, la Fine di quella estate. Nel lungo viaggio in treno, mano mano che la vegetazione cambiava colore, scendendo verso sud, cercavo nella mente cosa mi aspettava in quella allora lontana terra di Sicilia. Conoscevo anche se marginalmente, la storia delle miniere di zolfo. Non conoscevo, però, il modo di lavorare dei minatori e i loro usi. Presi servizio in qualità di dirigente alla miniera Juncio Tumminelli, distante circa dieci chilometri dalla città. L'impatto con quel mondo mi lasciò alquanto perplesso. I minatori del primo turno che arrivavano alle 6,45 sul posto cli lavoro percorrendo a piedi il tragitto, sembravano già stanchi prima ancora di affrontare il turno in sotterraneo di otto ore.

Furono sufficienti pochi giorni per rendermi conto di quanto faticoso e pericoloso fosse il lavoro e pesantemente sfruttato il minatore. Tra loro quello che mi colpì più di tutti fu il così nominato dagli altri «surfarara» «Menicu ’u caruso».

Ed è proprio di lui che il mio scritto racconta.

Domenico Nobiluomo detto «Menico» non era più un carusu, a dispetto del suo appellativo. Era arrivato all'età di quarant'anni, però, ne dimostrava una trentina in più. A vederlo gli si davano almeno settant'anni. Era conosciuto da tutti come «ù carusu», per antonomasia. Così magro da  potergli contare le ossa, aveva una gobba alla spalla destra che, rispetto alla sinistra, era più alta circa venti centimetri; inoltre, la sua scapola destra era spostata posteriormente, rispetto al baricentro, di almeno altri venti centimetri. ll suo volto era, sempre, di colorito pallido e smorto. Da bambino, Menico non aveva fatto altro che il mestiere di «caruso».

Ebbene, Menico mi raccontò che all’età di otto anni, quando fu portato in  miniera per la prima volta a lavorare, non conobbe che il sacco di tela olona carico di zolfo da trasportare sulle spalle, caricatogli dal manovale che lo aveva riempito.

Per anni e anni durò questa vita. Menico era addetto alla squadra di manutenzione del riflusso (il riflusso era il ritorno dell'aria che, dalle gallerie sotterranee, usciva verso l’esterno.) «ll caruso» era colui il quale doveva trasportare a spalla lo zolfo dai fondali della galleria (detta discenderia o calatura), con un sacco di olona. Il binario, difatti, sul quale doveva essere posto il vagone non riusciva ad arrivare a quella profondità. Menico, dal sotteraneo, arrivava all'esterno dopo aver percorso cinquecento metri in salita, su per una scala a gradino rovescio con il sacco sulle spalle, carico di materiale sterile. La galleria del riflusso aveva una pendenza del 50% e, a volte, anche del 60%; era molto ripida, pericolosa da scendere, resa viscida e scivolosa dalla forte umidità che penetrava dall'estemo nel sottosuolo.

La salita era terribile, considerato che il sacco da trasportare pesava fino a cinquanta chili. Era un inferno per quel povero uomo che, così come era ridotto, aveva perduto le sembianze di essere umano. Su e giù per interminabili dodici ore al giorno, in quanto non era disponibile altro personale da adibire a quel lavoro.

Era difatti molto difficile organizzare una squadra; ecco perché coloro i quali erano adibiti a ciò coprivano almeno dodici ore dell’intera giornata lavorativa. Certe mattine capitava che l’operato svolto il giorno precedente veniva distrutto a causa dei vapori caldo-umidi che provocano il distacco dei Iastroni di argilla delle pareti e, anche, del tetto della galleria.

E per Menico ricominciava il calvario.

La sera, dopo le massacranti dodici ore di lavoro, la squadra passava dall°ufficio. I motivi erano due: il primo, per bere un bicchiere di vino che, a fine turno, era a disposizione di chi lo desiderasse; il secondo, per la speranza che, a quell'ora, qualche camion carico di zolfo, salisse in città e potesse dare un passaggio ai minatori, magari prendendo Posto anche allo scoperto seduto sopra lo zolfo, il che era meglio di dover percorrere tutta quella strada a piedi. lo persi i contatti con Menico nel l968, quando, per una legge regionale gli ultra cinquantenni vennero collocati in pensione obbligatoria. Per molti anni non lo vidi più.

Alcuni anni dopo, una domenica mattina, passando davanti alla Cattedrale della mia citta, mi sembrò di riconoscere una persona che, seduta a terra, con la mano tesa, chiedeva l'elemosina. Mi avvicinai per guardarlo bene. Era Menico! Aveva una folta barba bianca, capelli lunghi e, addosso, un cappottaccio uso e sporco. Mi rivolsi a lui tutto d'un fiato e gli chiesi:

«Menico che fai qua? Chi è vossia?» mi rispose. «Futtitinne Menico, rispondimi: che fai qua? Perché sei qua?» Non sono sicuro se Menico mi riconobbe. Forse si forse no. Ad un tratto, prima che io potessi aggiungere altro, scoppiò in un pianto dirotto. Ammise che era costretto a chiedere l`elemosina in quanto la sua pensione non arrivava a centosettantamila lire al mese.

Eravamo nel 1972 e qualche anno dopo, Menico se ne andò a fare riposare le sue martoriate ossa, per sempre.

Le miniere di zolfo in Sicilia già dal 1985 sono, ormai, tutte chiuse. Un ventennio di gestione regionale (Ente Minerario Siciliano 1964-1985) è stato sufficiente, a causa di politici e dirigenti inventati, a cancellare tutto un passato di intenso e importante lavoro che aveva portato per due secoli le miniere di zolfo di Sicilia prime nel mondo nella occupazione, nel numero delle stesse in attività e nella produzione. Il mondo intero conosceva la Sicilia per questo prestigioso motivo. Menico è stato tra quelli che hanno contribuito al raggiungimento di questo importante traguardo.

l’Ente Minerario, però, non ha tenuto conto del grande sacrificio di questi uomini veri, in quanto nel 1968 ha buttato fuori tutti gli ultra cinquantenni, cioè i veri minatori, con una misera liquidazione e una pensione da fame.

Ha lasciato, però, ampio spazio a galoppini politici e portaborse inutili assunti dai nuovi padroni, i quali hanno in seguito beneficiato, senza produrre mai neppure un chilo di zolfo, di leggi che hanno consentito di vivere in condizioni di privilegio.cimitero carusi

Tutto quello che era di bello, caratteristico e genuino, non esiste più. La vita stessa dei minatori che rappresentava, in quel periodo, sotto il profilo socioeconomico, culturale e storico una grande importante categoria, è finita.

Menico, ad esempio, aveva la sua residenza al quartiere «Angeli» della città di Caltanissetta. Un quartiere caratterizzato dalla presenza massiccia dei «surfarara». Li, non appena imboccavi la discesa che iniziava alla «Badia» per finire nel piazzale del Cimitero «Angeli», per le vie già sentivi l’odore dell’anidride solforosa e del «petirro» delle canne fumarie dei fomi Gill. Se, poi, percorrevi il dedalo dei vicoli del quartiere, venivi preso dalle belle canzoni trasmesse alla radio che, ad ogni angolo, cambiavano a seconda delle famiglie che vi abitavano.

E, che dire delle decine di «figuredde» collocate e ben tenute dai minatori devoti ognuno al proprio Santo? Ti capitava, anche, di vedere qualche bella ragazza acqua e sapone intenta a stendere al sole la biancheria sui lunghi fili attaccati da balcone a balcone.

Insomma, una vera vita serena e affrontata in modo diverso da oggi, tanto da dare un senso più reale al trascorrere della giornata. Non parliamo, poi, dell'impegno che ognuno aveva per le varie feste, come per il Corpus Domini, giorni nei quali tutto il quartiere diventava un giardino.

Molti erano gli altarini «consati» (allestiti) pieni di fiori in attesa della processione. L'attesa per la Settimana Santa, poi, era spasmodica. l minatori ci tenevano a che il loro gruppo statuario risultasse il migliore. E, allora, anche fra loro era una gara, in quanto la miniera Trabonella, la Gessolungo, la Tumminelli, la Saponaro e la Testasecca ne avevano una ciascuno. E, infine, gli «zitamenti» (fidanzamenti). Le lunghe serenate con chitarre e mandolino; «u firriatu» (giro attorno la stanza) con dolci, mandorle e pistacchio offerti agli invitati.

Un mondo vero, un mondo reale, un mondo pulito che per sempre se ne è andato.

E Menico era una testimonianza di quel mondo scomparso. Altro non è rimasto che il ricordo, dentro il cuore, di coloro i quali hanno vissuto e amato, malgrado tutto, quell’irripetibile periodo di grande produttività che ha lasciato una traccia indelebile nel mercato del lavoro e nella cultura del Paese.

Accadde un giorno del mese di agosto, quando la maggior parte delle persone trascorrono fuori le loro vacanze, che io durante uno dei miei soliti giri mattutini in auto, raggiunsi la grande vallata delle miniere che si divarica nello stretto Juncio. Lì le miniere (Gessolungo, Tumminelli, Testasecca e altre, erano collegate tra loro attraverso i sotterranei. Più avanti, verso la strada che conduce al fiume Salso, sul lato sinistro, seduto su un «pataccone» di pietra Sabbucina, ho rivisto ad un tratto Menico che nonostante il sole cocente, mi sembrava rilassato e pronto al dialogo. L’ho rivisto avvolto da una nube celeste. Non indossava più quel cappottaccio sporco come quel giorno, tanti anni fa, davanti la Cattedrale. Anche le deformità fisiche che lo avevano segnato erano scomparse. Era sereno, pronto a dirmi qualcosa.

Accanto a quel «pataccone» dove sedeva Menico esiste, tutt'ora, quello che rimane di un vecchio Cimitero, cioè un muraglione diroccato, dove il 12 novembre 1881 , a causa dello scoppio di grisoù nella vecchia miniera Gessolungo, sezione Calafato, persero la vita 65 minatori: 49 di essi giacciono lì sepolti, dove appunto Menico, quel mattino, si era seduto. Mi fermai e avvicinatomi gli chiesi cosa facesse, li, con quel caldo insopportabile. Con grande calma e serenità mi rispose che, dove era lui, non faceva più né caldo né freddo e che aveva scelto proprio quel posto per fare un po’ di compagnia ai suoi amici «carusi», lì sepolti e da tutti abbandonati, Nello stato in cui si trovava «u campusantiddu», chiamato così dai «viddani» (contadini) dei terreni vicini, soltanto chi conosceva la storia poteva capire che si trattasse di un cimitero, e Menico la storia se la ricordava perché, cosi, proseguì: <«Quando mio padre, negli anni venti, mi mandò a travagliare a la pirrera, (a lavorare in miniera) ogni tanto venivo proprio qui dove sono adesso, e questo luogo mi pareva un giardino, ed era tutto recintato con la <<ferrata» (ringhiera); c'era una bella croce e una lapide che ricordava tutti quei poveri disgraziati. Tra questi c'erano tanti «carusi» che «carriavano sulfaru» sulle spalle, dalla mattina alla sera, come ho fatto io per tanti anni. Picciriddi di 78 anni che aiutavano la famiglia a «buscare» un pezzo cli pane. Molti di loro a quei tempi venivano venduti ai Capipartita per cento duecento lire e il padre non poteva più riaverli fino a quando non restituiva i soldi ricevuti. Quanto dolore, quanti sacrifici. E, adesso, eccoli quà, dimenticati da tutti!» «Ho capito Menico, tu sei arrabbiato perché nessuno pensa più a loro» dissi io. «Arrabbiato e dir poco» mi redarguì Menico, «perché non riesco proprio a capire come si possa fare a dimenticare tanti poveri cristiani ‘nta sta’ vallata arida che ancora evapora surfaru, dopo che loro sono morti per fare più riccu stù paisi. lo ho «travagliato» (lavorato) tanto ‘nna mè vita, ho avuto cimitero minatoriuna pensione da fame, però mi reputo fortunato rispetto ai miei amici «carusi» che dormono ‘cca ssutta (qua sotto). A mmia (a me) ogni tanto qualcuno mi porta anche un fiore, ma a questi? E, allora, sape socca ci dicu? (sa cosa gli dico): che se questa è la civiltà modena, da povero cristiano che sono, mi viene la vergogna per voi altri `ca vi sintite allittrati (lettetati). lo non me ne vado di cca, fino a quando i «carusi» che sono ‘dda ssutta (la sotto) non li vedo sorridere. Ccà ci sono picciriddi (bambini) che, nella loro breve vita, non hanno mai avuto un giocattolo, non hanno conosciuto l’allegria della scuola, il sapore della primavera, la lietezza di vedere venir giù dal cielo la neve. Se ne sono andati tutti, in quel tragico mattino, senza nemmeno aver potuto chiedere aiuto al proprio padre e neppure ricevere l'ultimo addolorato abbraccio della madre. In ventuno ve ne siete andati miei amici «carusi»! Da oggi, qui, siamo ventidue. lo, che come voi, ho provato la fatica di «carriare» (trasportare) sulle spalle materiale e surfaru e ho dato, come voi, a questi che si sentono persone civili la possibilità di vivere meglio nel progresso, non vi lascio soli, tanto, da dove sono io, come ho già detto, né il sole col suo calore e neppure il freddo, né il giorno e neppure la notti fanno paura. lo sono con voi. E se non fosse che, da qui, tutto quanto esiste laggiù diventa piccolo, e tutti quanti diventano piccoli, vorrei gridare ad alta voce delle frasi che, soltanto da dove sono io, non si possono pronunciare. Mi limiterò soltanto a far sentire, ad ognuno che da qui si trova a passare: Vergogna.

Vergogna... VERGOGNA! Riposate in pace «CARUSI».

RlPOSATE IN PACE!»

La visione svani, d’un tratto, e fui investito, di nuovo, da una vampata di calore, tipica del vento caldo e secco della torrida estate siciliana. Sentivo un peso nel cuore come quel sacco di zolfo sulle spalle di un carusu. La coscienza s'era fatta visione e aveva preso voce. E Menico, da allora, lo sento parlare nella coscienza di tanti amministratori dalle vacue e inutili promesse.

 

Racconto di Mario e Laura Zurli tratto da "Racconti di miniera, storie vere di gente di zolfara", Edizioni Lussografica
3° classificato, Premio Letterario Nazionale 2000 - Città di Cassino (FR)

 

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