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Miniera Trabonella

La più bella e importante miniera del nisseno si trova sulla riva destra del fiume Imera, (vedi la mappa), immersa nel tipico paesaggio nisseno, a circa 3 chilometri dalla stazione ferroviaria omonima. Notizie certe sulla prima attività estrattiva della miniera Trabonella risalgono agli inizi dell’Ottocento. Oggi la miniera rappresenta a pieno titolo l'esempio più completo e tutt'oggi caratterizzante del periodo delle miniere siciliane e nissene in particolare. Attualmente si sta cercando, grazie anche all'interessamento dell'associazione Amici della Miniera, di recuperare l'immenso patrimonio storico culturale racchiuso nella collina sottostante Sabucina. Parte del recupero è avvenuto agli inizi del 2000 ma rimangono ancora molti lavori da espletare per rendere totalmente fruibile sia le parti esterne che quelle interne con pozzi e gallerie. Sul territorio oggi gravano il vincolo minerario ( D.A. n. 1189 del 2.6.1990) e paesaggistico “Media Valle del Salso o Imera Meridionale” (D.A. n 7732 del 9.10.1995). La miniera è oggi affidata in custodia al Comune di Caltanissetta.

Cenni giacimentologici

La miniera ha coltivato uno strato solfifero della potenza media complessiva superiore a 22 ml, con tenore del 18 %, che è stato intercettato, ad est dell'Imera, dalla miniera Giumentaro, in comune di Enna.

La stratigrafia del giacimento è connotata dalla serie del deposito evaporitico, e cioè, dal basso in alto, da un pacchetto di strati a media pendenza costituito da un potente strato di tripoli impostato sulle argille tortoniane, dal potente banco di zolfo in ganga calcarea con intercalazioni di argille bituminose, e copertura di gessi, e sovrastanti trubi, il tutto sottostante a una potente coltre di argille rimaneggiate

Profilo storico

La miniera risulta attiva nel 1839, ed é stata chiusa nel 1979, a parte gli impianti di flottazione, di raffinazione e di ventilazione, che restarono in marcia sino al 1986, per trattare lo zolfo proveniente da altre miniere.
Risulta che nel 1839 la miniera aveva già una dimensione industriale, visto che produceva circa 70.000 t/anno di zolfo, che, con le rese dell'epoca, doveva comportare l'estrazione di circa 600.000 di t.v. all'anno, valore molto elevato in quanto l'abbattaggio era fatto ancora a mano, e il trasporto in superficie a spalla, dai "carusi", attraverso gallerie di ribasso o ripide discenderie a "gradino rotto".
La presenza di grisou, per cui la miniera è tristemente famosa, così come lo è per l'alto tenore in solfo, determinò il primo disastro per scoppio nel 1863, con la morte di trenta minatori. Nel 1867 che a causa dell'anidride solforosa liberatasi da un incendio morirono 42 minatori.
Nel 1911, sempre per uno scoppio di grisou, perirono 40 minatori, e 16 rimasero feriti.

Nei primi anni del XX secolo i minatori della Trabonella furono protagonisti, assieme a quelli della Gessolungo, delle lotte operaie ingaggiate dalla Lega dei minatori, e degli scioperi socialisti.
Nel 1957 la gestione della miniera passò alla Società Industriale Anonima Miniera di Trabonella, che era proprietaria dell'area ove insistono gli impianti della miniera raggruppati attorno al Pozzo D'ORO e al Pozzo Nuovo, di grande valore archeologico.
Nel 1969 la SOCHIMISI (Ente pubblico) subentrò nella concessione, per un'estensione superficiaria di ha 342.70.00
Nel 1979 la miniera fu chiusa, e le aree di proprietà, ossia quelle contenenti gli impianti di superficie sopra citati, per un'estensione di circa 467 ha, furono consegnate dall'E.M.S. al comune di Caltanissetta che ne aveva fatto richiesta, e successivamente a questo trasferiti con atto pubblico.

Innovazioni tecnologiche

Nel 1872 la miniera utilizzava già un motore a vapore di 8 CV, fabbricato a Palermo, per l'eduzione delle acque, che precedentemente erano edotte a mano.
Nel 1887 furono costruiti due piani inclinati per l'estrazione.
Nel 1897 un piano inclinato fu approfondito sino a 165 ml, e fu meccanizzato con un motore da 50 CV.
Nel 1898 fu finalmente abbandonato il famigerato metodo di coltivazione per archi, colonne e pasture, passando alla coltivazione per fette longitudinali prese con gradino rovescio, un metodo ancora pericoloso perché sempre per vuoti, ma molto più razionale, sotto il profilo statico, del precedente.
Nello stesso anno fu sperimentata una tranvia tirata da cavalli, per trasportare lo zolfo sino alla stazione di Imera, per immettere il minerale nella ferrovia Palermo Catania, di cui, per iniziativa del Barone di Testasecca, uomo politico dell'epoca, oltre che industriale dello zolfo, e proprietario della miniera Testasecca ricadente nel bacino in esame, era stato modificato il tracciato originario per farla passare appunto sino a lambire il bacino minerario in cui ricade tra le altre la miniera di Trabonella. Il sistema dei trasporti esterni fu all'uopo integrato con un piano inclinato che convogliava per caduta il minerale alla tranvia.
Nel 1899, per potenziare le possibilità produttive del nuovo metodo, fu costruito, per l'accesso al sotterraneo e l'estrazione del minerale, il pozzo Luzzati, profondo 270 ml, attrezzato con impianto a doppia gabbia e doppio ripiano, azionate da argano con tamburo tronco conico (sostituito nel 1950 con un argano Pomini da 130 CV), attraverso un castelletto in traliccio metallico. Di questo gioiello della tecnica, purtroppo, è stato divelto e asportato anche il castelletto.
Come pozzo ausiliario del Luzzati venne opportunamente costruito anche il pozzo Moscatelli, profondo 100 ml.
Ai primi del secolo, anche nella Trabonella, dopo la miniera Trabia, fu installata una centrale elettrica alimentata da un motore a vapore alimentata a gas, della potenza di 110 CV.
Nel 1905 fu creato un piano inclinato interno per approfondire i lavori di coltivazione e fu adeguato l'impianto di riflusso.
Nel 1911 la ditta esercente della zolfara è la Luzzatti-Della Torre-Moscatelli, con direttore generale l'ingegnere veronese Emanuele Filiberto Bergmann. La miniera si sviluppa su sei livelli interni: i primi tre sono direttamente servizi dal pozzo Luzzatti, profondo 190 metri, mentre i livelli inferiori adducono al piano inclinato interno (piano inclinato Bergmann).
Nel 1917 fu costruito il Pozzo Nuovo, che raggiunse la profondità di 280 metri, di cui rimangono castelletto, gabbie ed argano, oltre che l'impianto di trasporto esterno (decauville, pesa, e rovesciatoi nel silo per le successive lavorazioni), nonché i vagoncini.
Nel 1931 si diede inizio alla costruzione di una teleferica della capacità di 5 t/h per il trasporto del minerale alla stazione di Imera, e l'anno dopo fu installata una linea decauville per il trasporto di superficie del minerale sino al locale di fusione e il collegamento alla stazione di carico della teleferica.

Nel 1934 fu installata una pompa Wortington a due pistoni orizzontali per l'eduzione, e il piano inclinato Ferdinando, a doppio effetto.
Negli anni '50, in clima di riorganizzazione del settore zolfifero per tentare il recupero della competitività dell'attività estrattiva, si realizzarono nella miniera Trabonella tutte le strutture industriali per pervenire alla verticalizzazione del settore solfifero, ossia alla creazione di un ciclo lavorativo che concentrasse nello stesso luogo tutte le operazioni necessarie per la produzione del prodotto finito.
Nel 1954 venne impiantato un nuovo pozzo, detto appunto Pozzo Nuovo, situato a poca distanza dal pozzo D’Oro, raggiungente la profondità di 480 metri. Il grande castelletto d’acciaio è ancora visibile e ben conservato, mentre il blocco di edifici che inglobano la struttura metallica del castelletto mostra segni di dissesto murario. Si tratta della sala argano, della centrale elettrica e della linea “decauville” di carreggio dei vagonetti provenienti dal sottosuolo. Le vie di carreggio sono, nella quasi totalità, ancora in luogo con una serie di vagonetti in parte deragliati ed in parte ancora colmi di minerale; quest’ultimo veniva poi rovesciato nella sottostante vasca per alimentare l’impianto di frantumazione (costruito pochi anni dopo a servizio dell’impianto di flottazione).
Nel 1956 vennero costruiti la strada d’accesso agli impianti moderni della miniera, l’edificio dell’ex lampisteria prospettante il piazzale d’ingresso, il blocco di edifici dei magazzini materiali e delle officine (di nessun pregio).
Nel 1958 furono completati i lavori per l’impianto di flottazione, sebbene questo metodo di lavorazione fosse conosciuto già da alcuni anni. La flottazione costituiva l’unica alternativa agli antichi metodi di fusione dello zolfo (calcarone, forno Gill). Questo metodo chimico di separazione dello zolfo dalla ganga permise di ottenere l’88% dello zolfo esistente nel minerale trattato eliminando del tutto le emissioni di anidride solforosa. Gli impianti di flottazione sfruttano la diversa altimetria dell’area situando i vari cicli di lavorazione su livelli diversi. La strumentazione è in discreto stato di conservazione, anche se preda della ruggine per la cessata manutenzione. Molto precari, invece, i rivestimenti dei capannoni: si tratta di pannelli di eternit poggiati su profilati d’acciaio intelaiati.
Altri manufatti risalenti agli anni ’50 sono: il “silos minerali terzi”, composto da una tramoggia tronco-conica utilizzata per contenere il minerale grezzo proveniente da altre miniere, foderata in blocchi di pietra lavica e sormontata da un elegante telaio in acciaio; l’edificio della nuova direzione; le vasche circolari per la raccolta delle acque; l’impianto di ventilazione forzata adiacente al pozzo D’Oro.

Una delle tare che avevano afflitto da sempre l'attività mineraria siciliana, e che, a fronte di un'egemonia mondiale in termini di disponibilità di risorse e di potenzialità produttiva, la rendeva precaria e aleatoria, e pertanto strutturalmente antieconomica, era l'assenza di impianti di lavorazione nel luogo di produzione, fenomeno questo tipico delle gestioni coloniali. Ancora sino alla seconda guerra mondiale nelle aree estrattive il minerale veniva solo arricchito, fino a tenori che convenzionalmente gli conferivano la qualità di "mercantile", ossia di prodotto per il quale esistevano quotazioni di mercato. Il mercantile, con una logica non certo dettata da criteri tecnico-economici, veniva trasportato a Catania, e qui raffinato, sino a portarlo a zolfo puro commerciale, e imbarcato per il Continente e per l'Estero, ove alimentava gli stabilimenti chimici di utilizzazione.
Un programma di verticalizzazione, messo in atto dalla giovane regione Siciliana negli anni '60, si propose di creare dei poli di lavorazione che eliminasse intanto tra l'altro gli sprechi legati al trasporto della parte sterile che veniva successivamente separata dal prodotto, e che producesse lo zolfo ventilato, da usare tal quale per l'agricoltura, impiego che in quegli anni era l'unico per cui lo zolfo siciliano continuava a trovare, per le sue caratteristiche mineralogiche, utilizzazione economicamente remunerata in campo internazionale.
Nella zona nuova della miniera, attorno alle nuove e moderne strutture di Pozzo Nuovo e Pozzo D'oro, furono così realizzati gli impianti per la di verticalizzazione per lo zolfo prodotto nell'intero bacino costituito dalle province di Enna e Caltanissetta, e venne pertanto abbandonata l'area dì Pozzo Luzzati, ossia la Vecchia Trabonella.
Nel 1969 la miniera passò sotto la gestione della SO.CHI.MI.SI., e nel 1979, a seguito della legge L.R. 6.6.1975 n. 42, fu decretata la chiusura della miniera, e come detto restò attiva, sino al 1986, solo la flottazione, che trattava lo zolfo del bacino.

Strutture di soprasuolo

La miniera, pur a seguito della sbrigativa politica di smantellamento delle strutture minerarie via via che venivano sostituite dalle innovazioni tecnologiche, e dell'indiscriminata asportazione di tutti gli impianti per ricavarne rottami di ferro, che seguì la chiusura di tutte le miniere di zolfo, conserva oggi l'assortimento meno incompleto di impianti, macchine e organi tecnologici, del comprensorio oggetto di questo studio.
L'area mineraria di importanza archeologica è costituita da due sezioni distinte:
  1. L'area di Pozzo Luzzati, costituente la vecchia Trabonella, la più antica, cresciuta attorno al Pozzo Luzzati, nella sezione della miniera più prossima all'Imera
  2. L'area di Pozzo D'Oro, attorno a cui sono sorti gli impianti per la lavorazione verticalizzata sino al prodotto finito pronto per il consumo, che è quella cui si perviene, a partire dal piazzale ove sboccano i tornanti della strada della "Pistacchiera", dipartentesi dalla S.S. 122 in corrispondenza del bivio della "Cruci di Calafato".
Entrambe le sezioni hanno subito mutilazioni gravissime, come il taglio e la rottamazione dei castelletti metallici rispettivamente di Pozzo Luzzati e di Pozzo D'Oro (dell'ultimo dei quali è stato lasciato amò di cimelio il solo cappello).
Al fine di un inquadramento descrittivo del complesso minerario, distinguiamo l'area di interesse archeologico in tre piazzali, degradanti verso il fondo della vallata, sull'Imera, a partire dall'ingresso alla miniera attraverso la "strada della pistacchiera", e dei quali il piazzale più basso costituisce la sezione Luzzati.
  1. Piazzale superiore, a piano del cancello di accesso.
  2. Piazzale intermedio, ove avvengono le lavorazioni del minerale che vi affluisce per caduta a partire dall'imbocco del Pozzo Nuovo.
  3. Piazzale inferiore, ove ricade la sezione Luzzati.
Con riferimento ai suddetti piazzali segue una sommaria descrizione delle strutture rimaste:

A) Piazzale superiore

Interessante e grande edificio in muratura, con orizzontamenti in cls, adibito originariamente a lampisteria, e poi ad officine e falegnameria.
Grande e interessante silo interrato rivestito in lastre di basalto, per la ricezione del tv. proveniente da altre miniere, comunicante, attraverso una tramoggia, con il sottostante impianto di comminuzione e successiva flottazione.
Poco sotto, in uno stretto gradino ricavato lungo il versante:
Castelletto di Pozzo Nuovo, e dissestato nella struttura muraria, e, in adiacenza, i seguenti impianti del ciclo produttivo:
Cabina elettrica. Rimane la struttura muraria, sono state asportate molte macchine elettriche: Anche in queste condizioni però assumono importanza documentaria di interesse alcune componenti, tra cui sezionatori di per media tensione, trasformatori, ecc.
Sala argano, conservatasi insieme all'argano a tamburi tronco conici.
In un ulteriore sottostante stretto gradino ricavato nel pendio, sono ubicati :
Imbocco del pozzo di estrazione, con le gabbie, ancora occupate da vagoncini, e via di carreggio di superficie, con il circuito di dacauville completo, anche se danneggiato, che va da bocca pozzo all'impianto di pesa, al rovesciatoio che versa nella bocca di alimentazione della sottostante tramoggia a monte dell'impianto di comminuzione.
Nel locale rovesciatoio è sistemata la citata tramoggia di uscita del tv. proveniente dal grande silo di accumulo posto nel piazzale soprastante, ove venivano conferiti, previa pesatura, i minerali estratti dalle altre miniere del bacino, anch'essi convogliati a loro volta nel sottostante impianto di comminuzione che trattava lo zolfo della Trabonella.
Al livello ancora sottostante:
Impianto di comminuzione già citato, ancora completo di macchine, che attraverso un nastro convoglia il prodotto in testa all'impianto di flottazione, in un capannone che sorge di fronte.

B) Piazzale intermedio

Impianto di flottazione
Impianto di fusione
Impianto di ventilazione
Magazzini, a seguire, dopo i tre impianti precedenti.
Allo stato di rudere un corpo edilizio lungo circa 56 ml, comprendente sala compressori, magazzino ferro, magazzino legno, officine meccaniche, officine elettriche, falegnameria, ecc. Sparsi lungo i gradini del versante, in prossimità dell'imbocco del pozzo, in stato di disastroso abbandono vagonetti, impiantini mobili di frantumazione, macchine per trivellazione, carico, ecc., relitti di macchine, alcuni dei quali di pregio archeologico.

C) Piazzale inferiore

Edifici, in gran parte allo stato di ruderi.
Degni di attenzione le seguenti strutture:
Nella parte alta, recuperabile, la storica grande palazzina degli uffici, a tre piani, con struttura muraria in conci squadrati di Sabucina, e il piano terreno caratterizzato da interessanti strutture ad archi, sede dei magazzini.
In prossimità alla palazzina, dell'antica chiesa di S. Barbara rimane il campanile.
Solo suggestive rovine rimangono in questa sezione delle strutture minerarie, ed imbocchi alle vecchie discenderie, chiuse con muri in cls.
Sparsi, i resti di calcaroni e di forni Gill rovinati dai prelievi di rosticci, ed in particolare una sestiglia di pregevole valore.
Ruderi del vecchio villaggio minerario.
Sono ancora visibili resti degli impianti minerari strutturali, come sala argano, ecc (il castelletto dello storico pozzo Luzzati è stato asportato)

Strutture di sottosuolo

Il Pozzo Nuovo, che è la via di accesso al sotterraneo che era ancora in funzione alla chiusura della miniera, è profondo 434 ml e perviene al 9° livello, ed è indicata anche la discenderia interna attrezzata di argano, che raggiunge i fondali della miniera. Il pozzo di riflusso si ferma a quota + 150, e l'aria viene convogliata a quella quota attraverso una rete di vecchie discenderie lavoranti sia in serie che in parallelo.

Si tratta di una delle miniere più rappresentative dell'angustia dei luoghi di lavoro delle nostre solfare, della complessità dei percorsi, della sovrapposizione di progetti minerari succedutisi nel tempo, proprie di una tipologia estrattiva difficile e rischiosa, che ha richiesto continui adattamenti, ingegnose innovazioni, e un lavoro faticoso e appassionato da parte dei minatori, dei manovali, e dei tecnici.
 

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