Miniera Saponaro

 

Col nome di Miniera Saponaro si intende parlare di cinque miniere ricadenti tutte nella stessa area: Miniera Saponaro Garibaldi, Miniera Saponaro Case Santi, Miniera Saponaro S. Francesco, Miniera Saponaro Redentore e Miniera Saponaro S. Vincenzo. Delle cinque miniere sopra elencate sopravvivono soltanto una cabina elettrica, lungo il versante della scarpata che delimita la vallata a monte della Saponaro Garibaldi, però sono interessanti per la presenza di parecchi imbocchi di miniera ancora aperti, e che per il primo tratto sono praticabili. Inoltre da un esame un po’ più attento sembra che coltivino il medesimo strato mineralizzato

Cenni giacimentologici

Tutte le miniere sopra elencate coltivano, a quel che risulta da un esame geominerario speditivo, un giacimento stratiforme di notevole pendenza, con serie stratigrafica normale:
Dal basso in alto:

  • Argille di letto
  • Tripoli
  • Calcare solfifero
  • Gessi
  • Trubi

Nella miniera Saponaro Garibaldi la potenza dello strato mineralizzato assume, nella parte pianeggiante del giacimento, una potenza tanto elevata da conferirgli la caratteristica dell’ammasso.

Profilo storico, innovazioni tecniche, area di concessione

La miniera Saponaro Garibaldi è stata aperta intorno alla metà del XIX secolo con una concessione dell’estensione di 68 ha, ed è stata chiusa nel 1966
Ha preso il nome dalla galleria di accesso, così denominata, dall’esercente conte di Testasecca, in onore di G. Garibaldi.
Negli ultimi decenni del secolo furono realizzati la galleria Garibaldi, il piano inclinato rivestito in conci di Sabucina, e le batterie di forni Gill che con la loro imponente mole caratterizzano fortemente la vallata, la cui la sopravvivenza è minacciata dai prelievi dei rosticci su cui sono fondati.
Nei primi del ‘900 inglobò la miniera Saponaro Casesanti.
Nei primi anni del dopoguerra fu elettrificata, e vi si impiantò sperimentalmente il forno Marobelli, per la fusione diretta dello zolfo, il cui prototipo fu successivamente utilizzato anche nel bacino solfifero della Romagna. Si tratta di un forno in ghisa sostenuto da una struttura reticolare in acciaio, derivata dalla tipologia degli altiforni. L’innovazione si prefiggeva di produrre direttamente lo zolfo raffinato mediante fusione dal t.v., saltando la fase intermedia della concentrazione nei forni Gill, e lavorò per un certo tempo, per alimentare gli impianti di concimi chimici di Porto Empedocle, ma i problemi di agglomerazione dei fini, all’epoca insolubile, ne determinò la decadenza, a fronte dell’introduzione della flottazione.

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Autore dell'articolo: amicidellaminiera

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