Miniera Gessolungo – 14 febbraio 1958 Storie vere di uomini veri

di Mario Zurli collaborato da Jessica Lomonaco

Quel mattino del 14 febbraio 1958 faceva molto freddo.
Il vento di tramontana era gelido e la pioggia che scendeva era mista a nevischio.
Alla “badia”, davanti alla chiesa, il conservone di acqua potabile del Comune era illuminato da una
sola fievole e velata luce di una lampadina. Il buio tutt’intorno era totale. A quel conservone di
acqua, durante il giorno si alternavano i camion con sul cassone la “benna” cioè il recipiente che
conteneva dieci mila litri di acqua da trasportare nelle miniere di Gessolungo, Tumminelli,
Saponaro, Testasecca, Trabonella e altre.
Ad uno ad uno come fantasmi coperti da vecchi cappotti e da neri scialli arrivavano i minatori
componenti la squadra sparo. L’appuntamento era per le 5,30. La squadra sparo tipo era composta
normalmente da docici elementi, i quali oltre alla diversa professione dovevano essere risultati
idonei alle visite mediche e inoltre ai corsi che l’I.N.A.I.L. aveva costituito quindicinalmente. Tali
corsi consistevano nel sapere indossare l’apparecchio autoprotettore GHIPSS il quale era fornito di
bombola d’ossigeno, il facciale che copriva ermeticamente il naso e la bocca mentre gli occhi
venivano protetti da grandi occhiali pure a chiusura ermetica. Il collegamento tra il facciale e la
bombola d’ossigeno era reso possibile tramite un tubo speciale “corrugato” che sopportava anche le
alte temperature in caso d’incendio. Tale apparecchiatura protettiva veniva usata soltanto nei violenti
incendi. Per le normali “vamparotte” era molto più semplice la maschera collegata al filtro “tubin”
sicuro a salvaguardare la respirazione dall’anidride solforosa.
Gli addetti alla squadra quel mattino erano dodici ed esattamente:
• 1 arganista esterno;
• 1 verricellista del piano inclinato;
• 1 elettricista esterno;
• 1 elettricista interno esperto del collegamento dei fili per lo sparo;
• 1 capo mastro;
• 1 fuochino;
• 1 picconiere;
• 1 martellista;
• 1 armatore in legno e ferro;
• 1 esperto manovratore dell’esploditore;
• 1 pompista;
• 1 meccanico tubista.
Il vecchio camion “Lancia Esatau” li avrebbe caricati e trasportati in miniera.
Attesero qualche minuto dopo l’ora fissata in attesa del picconiere Vincenzo. Non vedendolo
arrivare il capo mastro mandò a chiamare Umberto che abitava al piano terra di una casa vicino la
badia.
Tun – Tun. Chi é che bussa! Compare Umberto alzatevi subito perché Vincenzo non é venuto. Fate
presto. Arrivato Umberto il camion si mise in marcia.
Durante il tragitto che li avrebbe condotti in miniera, tranne il capo mastro Angelo Furioso che
sedeva accanto all’autista, gli altri avevano preso posto sul cassone del camion.
Il mezzo era scoperto e per attutire un pò il freddo gelido di quel mattino quasi tutti erano
appoggiati gli uni sugli altri dietro la cabina. Parlavano poco perché lo scialle che copriva loro le
spalle, copriva totalmente anche il volto.
Giunti in miniera molto in fretta caricarono di carburo di calcio l’acetilene e scesero in sotterraneo
dentro le gabbie del pozzo Fiocchi. Già a fondo pozzo il freddo non si sentiva più in quanto la
galleria di traverso banco che conduceva verso la testa del piano inclinato era attraversata da aria
tiepida, tipica del sottosuolo.
Cominciarono pertanto a scendere a piedi il piano inclinato e raggiungere il 7° e 1’8° livello, dove i
martellisti del 2° turno del giorno precedente cioè il 13 avevano predisposto ed effettuato i fori per
la “volata”, in totale 12 negli avanzamenti delle gallerie dei livelli suddetti.
Il capo mastro Furioso si accertò personalmente che detti fori erano stati fatti a regola d’arte e cioé a
forma di cuore al fine che lo sparo abbattesse più minerale possibile.
Annullò un foro soltanto in quanto non effettuato a regola d’arte. Non ritenne però di annullarne un
altro che era stato male ubicato e che probabilmente con l’esplosione avrebbe fatto “cannone”
provocando danni.
Fare “cannone” significa che l’esplosivo caricato all’interno del foro, invece di esplodere verso
l’esterno dello stesso foro, causa il minerale troppo ricco scarica tutta la violenta deflagrazione
all’interno causando al cento per cento l’incendio dello zolfo.
Le gallerie dei livelli 7° e 8° a circa cinquecento metri di profondità stavano attraversando una
stratificazione zolfifera molto ricca che raggiungeva anche l’ottanta per cento in S..
Era questa la ricchezza dei concessionari in quanto il tenore così alto di zolfo contenuto consentiva
una fusione ai forni GILL rapida, oppure le industrie chimiche della Montecatini ubicate a Catania,
Bicocca e Tommaso Natale e quelle della SINCAT di Priolo Melilli nel siracusano lo richiedevano
“Tout Venant” cioé tal quale facendo risparmiare l’enorme costo della fusione.
Ebbene, esaurito il controllo di tutti i fori e avendo constatato come detto prima la regolarità, il capo
mastro Furioso dette disposizione al fuochino Pullara di caricare i fori di esplosivo e preparare
conseguentemente l’allaccio elettrico per tutta la volata sia all’8° che al 7° livello. Ordinò ai
componenti la squadra sparo di recarsi nelle traverse delle gallerie a circa ottanta metri
dall’avanzamento dove sarebbe avvenuto lo sparo. Poiché le operazioni di controllo delle volate, il
caricamento delle mine e la certezza che tutto era nella massima sicurezza per effettuare lo sparo nei
livelli 7° e 8° si protrasse oltre i tempi normali il capo mastro Furioso ordinò che anche il primo
turno montante delle ore sette che comprendeva 144 minatori e che normalmente gli stessi
arrivavano nei propri cantieri di tracciamento e coltivazione del minerale dopo che lo sparo era stato
effettuato, quel mattino dovevano fermarsi tutti nella galleria ritenuta sicura del 7° livello in attesa
che la seconda volata allo stesso 7° livello fosse già avvenuta.
Rimasero pertanto in attesa in una galleria distante dall’avanzamento, dove anche la circolazione
dell’aria che si immetteva dal pozzo Fiocchi cioé da quello principale dava la tranquillità agli stessi
di una areazione verso il riflusso, cioé l’uscita dell’aria dal sotterraneo. Il giro d’aria in tutto il
sottosuolo della miniera che arrivava perfino nei cantieri più avanzati veniva poi risucchiato al fine
di ottenere una perfetta ventilazione da un potente turbo aspiratore collocato all’imboccatura del
pozzo Maurelli il quale consentiva di portare verso l’esterno i fumi prodotti dallo sparo delle mine e
qualsiasi altro gas che si sarebbe potuto accumulare nei diversi cantieri. Tale turbo aspiratore veniva
messo in moto ogni mattino alle 6,45 cioé nello stesso orario in cui di norma avveniva il brillamento
delle mine.
Anche quel giorno dall’addetto elettricista fu regolarmente messo in azione all’ora suddetta.
La ventilazione cosiddetta forzata creata dal turbo in funzione, veniva avvertita dai componenti la
squadra sparo che nel momento in cui avveniva lo sparo si erano messi al sicuro nelle traverse
dell’8° e del settimo livello.
A questo punto si erano fatte le sette e quindici minuti quando il capo mastro Furioso dette
l’autorizzazione a Pullara che si trovava anche lui al riparo al settimo livello di azionare la manetta
dell’esploditore elettrico e ottenere così il brillamento dei candelotti di esplosivo grisutina per
l’esattezza collocati nella volata cioé in undici fori.
L’esplosione e lo scoppio fu udito da tutti i minatori in quel momento in sotterraneo e furono anche
contati tutti gli undici scoppi separati tra loro da dieci secondi l’uno dall’altro, intervallo regolato dai
detonatori a micro ritardo.
Trascorsi pochi minuti dall’ultimo scoppio tutti i minatori fermi al settimo livello che erano pronti
per scendere verso l’ottavo e il nono livello per iniziare a sgombrare i cantieri dallo zolfo abbattuto,
furono investiti da una fitta nube di anidride solforosa e calore eccessivo, che contrariamente alla
direzione normale verso la galleria di riflusso e pertanto verso l’esterno della miniera si diresse
verso la galleria di entrata d’aria cioé proprio dove tutti gli operai erano in attesa. Si trovarono
pertanto a respirare la pesante esalazione di zolfo fuso che brucia i polmoni.
Cercarono di mettersi in salvo verso i livelli superiori tenendo stretti sul naso e sulla bocca i propri
indumenti ma non tutti ci riuscirono.
Cosa era successo?
Cosa non aveva funzionato?
L’ultimo scoppio delle mine, si verificò alle sette e un quarto.
In quello stesso momento, stante le dichiarazioni dell’elettricista addetto al funzionamento del turbo
aspiratore posto all’imbocco del pozzo Maurelli ebbe un improvviso guasto. Si ruppe la cinghia di
trasmissione e pertanto si verificò il fermo di detta ventola.
Trascorsero quindici minuti per il cambio della cinghia e fu rimesso subito in funzione.
Furono quindici minuti di terrore e naturalmente di asfissia per tutti i minatori all’interno.
La causa di quanto avvenuto é stato un foro che ha fatto “cannone’ provocando l’incendio che partito
dal cantiere dell’avanzamento ha interessato tutta la galleria del settimo livello, dove appunto erano
fermi gli operai. mancato funzionamento del turbo aspiratore, ha impedito ai fumi di anidride
solforosa di dirigersi verso il riflusso.
Grida, disperazione, terrore e angoscia si impadronirono dei minatori mentre cercavano di
raggiungere la salvezza dal sicuro soffocamento.
Immediata fu la risalita dal pozzo Fiocchi verso l’esterno di tutti i minatori feriti e subito dopo anche
di quelli che non avevano subito danni.
Tutti mostravano sintomi di asfissia. Gli occhi si erano gonfiati e arrossati in maniera spaventosa.
Chiedevano di fare presto in quanto il respiro affannoso non gli consentiva di prendere fiato.
Molti raccomandavano di non abbandonare i propri figli, altri chiedevano aiuto a San Micheluzzo e
Santa Barbara.
In attesa delle ambulanze i due camion e le vetture furono riempite dai minatori uno sull’altro e
trasportati in ospedale.
Alcuni operai si recarono immediatamente al Posto di Soccorso INAIL distante cinquecento metri
dal pozzo per chiedere aiuto e mentre l’infermiere comunicava tramite radio-citofono con la sede
quanto accaduto, alcuni minatori a gran voce chiedevano agli operai della vicina miniera
Tumminelli non ancora scesi ion sotterraneo di prestare aiuto ai compagni della Gessolungo.
“Acchianate, presto, alla miniera é scoppiato l’incendio, stanno murinno tutti soffocati”.
Non fu possibile neppure stabilire chi fossero data l’urgenza di condurli al Posto Soccorso nella
speranza di potere salvare alcuni operai.
I feriti trasportati all’ospedale risultarono 64, quelli non feriti rimasti in miniera all’esterno erano 68,
pertanto ne mancavano 12.
Furono organizzate urgentemente le squadre di salvataggio e antincendio le quali raggiunto il
cantiere protetti da maschere e bombole di ossigeno domarono l’incendio.
Ripristinato il regolare giro d’aria tramite la ventilazione forzata, le stesse squadre dirigendosi verso
le gallerie del 7° e 8° livello trovarono davanti a loro una scena apocalittica.
Cinque minatori a poca distanza l’uno dall’altro giacevano a terra all’8° livello come se dormissero e
altri cinque al 7°.
Nessuno di loro aveva la maschera in quanto anche se posta nella grotta che fungeva da magazzino,
nessuno ha avuto il tempo di prenderle e poterle usare.
I loro corpi esanimi furono caricati nei carrelli usati dagli stessi operai lumgo i piani inclinati come
quando scendevano nei cantieri di lavoro e giunti all’esterno furono identificati.
Erano quelli dello stesso capomastro Furioso Angelo, dei picconieri e martellisti Arnone Michele,
Cusumano Giuseppe, Romano Cateno, Iacona Francesco, Cusimano Antonino, Ferrigno Salvatore,
Cembalo Salvatore, Ariosto Calogero e Niotta Umberto. Sei di loro erano già morti, altri quattro in
condizioni gravissime non davano segni di vita e morirono in ospedale.
Dal totale di quelli che erano scesi in sotterraneo ne mancavano ancora due.
Immediatamente le squadre di salvataggio ridiscesero in sotterraneo e inspiegabilmente furono
rinvenuti al 9° livello i cadaveri di Vittorioso Carmelo e Nicosia Cataldo.
Non si esclude che questi ultimi due hanno cercato la salvezza nei fondali della miniera invece che
tentare di risalire l’8° e il 7° livello già invasi dalle fiamme.
Il venti dello stesso mese cessava di vivere a Palermo, dove era stato trasportato, anche il giovane
Vitale Giuseppe di 19 anni portando a 13 il numero dei minatori deceduti.
Un disastro terrificante si era abbattuto ancora una volta sui minatori.
Un caso che ha fatto molta impressione è stato quello che ha colpito due cari amici che conoscevo
molto bene in quanto avevano lavorato nella limitrofa miniera Tumminelli dove io prestavo
servizio.
Dopo il crollo di due livelli avvenuto nella miniera summenzionata il 3 maggio 1957 sia Lillo
Ariosto che Ciccio Iacona non vollero lavorare più in quella miniera in quanto molto pericolosa e si
dimisero.
Poichè erano veri professionisti del loro mestiere, furono assunti alla Gessolungo dove, dopo nove
mesi hanno perduto la vita.
Sono anche queste situazioni che fanno riflettere.
La miniera ancora una volta aveva voluto riscuotere il grave conto che sistematicamente richiedeva
ai minatori fin dal primo giorno del loro duro e massacrante lavoro.
Il buio del sotterraneo aveva per sempre anche questa volta ghermito l’esistenza di dodici onesti
surfarara che ogni giorno sfidavano la morte per un pezzo di pane amaro.
Naturalmente, come consuetudine furono celebrati solenni funerali e la gravissima sciagura ebbe
anche un seguito durante il primo anno successivo al 14 febbraio.
Morirono infatti altri sette minatori rimasti feriti portando così a diciannove il numero totale di
deceduti a causa di quel funesto mattino e il decesso fu così diagnosticato: “squasso traumatico e
asfissia acuta”.
Il Tribunale di Caltanissetta aprì una inchiesta al fine di stabilire eventuali responsabilità e dopo
aver ascoltato le testimonianze di alcuni operai presenti al momento della disgrazia, letto le
relazioni di tecnici nominati dallo stesso Tribunale, dopo cinque anni ed esattamente il 24 aprile
1963 ha pronunciato la sentenza di rinvio a giudizio del direttore e del vice direttore:
1. per avere per colpa cagionato il disastro disattendendo le norme di sicurezza dettate dal
regolamento di polizia mineraria che vietano agli operai di immettersi in sotterraneo prima
che lo sparo delle mine fosse ultimato;
2. per avere fatto iniziare la discesa dei minatori in sotterraneo mentre il turbo aspiratore del
pozzo Maurelli adibito a riflusso era fermo per guasto;
3. perchè l’altro turbo ventilatore posto all’interno all’inizio della galleria di riflusso, utile a
trascinare verso l’esterno le particelle di zolfo dopo lo sparo ed eventuali fumi di anidride
solforosa in caso di incendio, non era stato messo in funzione.
Per la difesa dei due fu nominato l’Avvocato Giuseppe Alessi e caso eclatante per quei tempi arrivò
a Caltanissetta sempre per la difesa, il principe del Foro di Napoli, l’Avvocato Giovanni Leone.
L’assoluzione è stata con formula piena.
La responsabilità scritta riportata nelle 82 pagine della dettagliata relazione venne attribuita a quel
foro effettuato all’avanzamento della galleria in un ammasso di minerale zolfifero che raggiungeva
1’83 per cento di purezza e che aveva fatto al momento dello sparo “cannone” come in precedenza
riferito.
Ancora una volta il famoso detto che vigeva e che tutti i minatori conoscevano bene ha avuto
ragione, ed era quello che recitava così: “il morto è morto, aiutiamo il vivo

Autore dell'articolo: amicidellaminiera

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