Lettera dello zolfataro Stefano Gallà a “L’Unità”, 10 dicembre 1952

Negli anni successivi all’evento bellico aumentò improvvisamente la richiesta di produzione di zolfo cosicchè molti esercenti obbligarono gli zolfatari a sperimentare alcuni metodi di lavorazione, senza considerare la sicurezza delle maestranze ed i contratti di lavoro. A partire dagli anni ’50 gli zolfatari si impegnarono in una serie di scioperi ed  occupazioni del sottosuolo per rivendicare i propri diritti.

Le condizioni di lavoro in molte miniere erano ancora disumane a metà del Novecento, basti pensare che nel 1957 i decessi nelle miniere di zolfo furono 340, praticamente uno al giorno.

A titolo d’esempio si riporta qui di seguito la descrizione delle condizioni di lavoro nella miniera Iuncio-Tumminelli, nell’anno 1952: “La miniera Juncio Tumminelli è situata a circa 4 Km da Caltanissetta […]. Per l’assenteismo dei Testasecca la miniera Juncio Tumminelli, la Mendolilla e una parte della Gessolungo sono state date in gabella. […]. La gabella scade ai fratelli D’Oro tra pochi anni. Pertanto i suddetti gabbelloti non hanno interesse a fare spese per le grandi preparazioni di livelli e di conseguenza la coltivazione in miniera si fa “a rapina”.
Attualmente in miniera invece di avere un livello di esaurimento, uno in coltivazione e uno in preparazione, secondo i dettami della buona tecnica, ne esistono semplicemente due: uno in esaurimento e uno in preparazione. Nella miniera non esiste la lampada grisumetrica per potere controllare il grisou nei cantieri da cui si può sviluppare. La via operai non ha un proprio riflusso e ciò contrariamente a quanto prescrive la legge di polizia mineraria (legge 30.03.1893 art. 29) che fa obbligo che la via operai deve nutrirsi dell’aria naturale.
Gli operai scendono in miniera a mezzo delle gabbie del pozzo e le gabbie stesse non rispondono ai requisiti previsti dall’art. 30 della legge di polizia mineraria. Sono anche sfornite di ogni mezzo di sicurezza, cioè paracadute. Le funi del pozzo non vengono mai controllate secondo le prescrizioni tecniche. Sino al mese di luglio del c.a. lo sparo non veniva fatto da una squadra addetta con i fuochini, bensì dagli stessi picconieri che portavano assieme esplosivi, detonanti e miccie, contrariamente a quanto prescrive il regolamento della legge di polizia mineraria (legge 18 giugno 1899 art. 20). In tutti i cantieri di lavoro non arriva la tubazione dell’acqua per estinguere gli eventuali incendi. Non esiste nemmeno un recipiente per il deposito dell’acqua indipendente, per mandare l’acqua nella tubazione suddetta. Gli operai che lavorano nei cantieri ove esiste l’idrogeno solforato non sono forniti di maschera protettiva.
Non tutti i cantieri di lavoro hanno due vie di uscita per rendere sicura la vita dei lavoratori in caso di pericolo. La  ventilazione sino a poco tempo fa non era sufficiente e la temperatura nei cantieri arrivava a 38° circa (temperatura nociva per i lavoratori).
Nella miniera non esiste un telefono che unisce l’interno con l’esterno e nemmeno l’esterno con la città. In miniera mancano inoltre docce, spogliatoi, mensa, cessi, mentre l’acqua potabile per i minatori all’interno viene portata nel sottosuolo in un fusto di benzina della capacità di litri 200 senza gli accorgimenti igienici-sanitari. Gli operai che pernottano in miniera sono costretti a dormire in casupole prive di ogni accessorio. Nelle case , inoltre, come sopra detto, manca l’acqua, cesso, brande, pagliericci, ecc. Inoltre i minatori che sono costretti a pernottare in miniera, oltre alle deficienze sopra citate, sono costretti a passare la notte in una casupola priva di aria.”
(Lettera dello zolfataro Stefano Gallà alla redazione del quotidiano “L’Unità”, 10 dicembre 1952.)

 

Autore dell'articolo: amicidellaminiera

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