La crisi a cavallo della prima guerra mondiale (1906 – 1930)

La perdita siciliana del monopolio dello zolfo spinse i produttori siciliani a ricercare un accordo con l’Union Sulphur americana per la spartizione dei mercati.

Si propose di non più esportare in USA la produzione siciliana; da parte loro gli USA non avrebbero dovuto inviare zolfo in Europa. Un accordo di questo genere non poteva essere valido se non impegnativo per tutti i produttori siciliani […].
E poiché non appariva realizzabile una volontaria adesione di tutti ad un organismo rappresentativo, fu da più parti richiesto un provvedimento che imponesse l’unione: nacque così la legge 15 luglio 1906, n. 333, istitutiva del “Consorzio Obbligatorio per l’Industria Zolfifera Siciliana”“. (Lo zolfo in Italia, atti del Convegno Nazionale dello zolfo, Ente Zolfi Italiani, 1961)

“Nel 1906, sotto l’incalzare della crisi determinata dai prezzi dello zolfo statunitense, prevalse la scelta di formare il consorzio obbligatorio dei produttori che finì per essere un cartello di vendita piuttosto che un trust di produzione“. (Zolfare in Sicilia, Legambiente-Salvalarte Sicilia, Palermo 2004) A partire dal 1906 la produzione di zolfo andò sensibilmente assottigliandosi, scendendo al di sotto delle 400.000 tonnellate nel giro di pochi anni, contro le 536.782 tonnellate del 1905.
Frattanto molte piccole miniere inadeguate tecnologicamente, raggiunsero il livello acquifero e dovettero cessare le attività estrattive.
Il numero degli operai diminuì, rimanendo sempre inferiore alle 30.000 unità, contro i 38.922 operai del 1901.
Tutto ciò favorì la massiccia emigrazione transoceanica anche dalle aree minerarie della Sicilia, che sino a quel periodo non erano state interessate da tale fenomeno differentemente dalle province ad antica emigrazione, come Palermo e Messina.
Gli accordi con l’Union Sulphur americana vennero meno allo scoppio della prima guerra mondiale, a causa dell’aumento della richiesta di zolfo per scopi bellici che consentì lo smercio di tutta la produzione zolfifera mondiale. Il fenomeno si aggravò “anche per le difficoltà di approvvigionamento dei materiali occorrenti per l’attività mineraria e per la chiamata alle armi dei lavoratori”.
Il 1917 fu un anno negativo per l’attività zolfifera siciliana: la produzione di zolfo scese a 183.159 tonnellate, più che dimezzata rispetto a dieci anni prima, mentre il numero di operai risultò, per la prima volta dal 1878, inferiore alle 10.000 unità (9.857).
In tale periodo di grave difficoltà economica delle zolfare mancò, ovviamente, del tutto ogni tentativo di miglioramento tecnologico degli impianti. Unica eccezione fu la miniera Trabonella, una delle maggiori zolfare della Sicilia. Questa miniera, rimasta chiusa dal 1911 al 1914 per un grave incidente minerario, passò in gabella alla ditta D’Oro – Lo Pinto – Cortese nel 1914, sostituendo la vecchia ditta esercente Nuvolari. Nel 1916 si decise di spostare l’attività d’estrazione intorno ad un nuovo pozzo, situato ad Ovest e più a monte della vecchia zolfara, detto anche pozzo D’Oro, che raggiunse la profondità di metri 280.
Parte del castelletto metallico del pozzo D’Oro è ancora visibile, mentre l’imbocco del pozzo è sigillato da un blocco in muratura.
Nel 1918 il governo centrale prorogò il Consorzio obbligatorio di vendita per un dodicennio ed emanò dei provvedimenti destinati ad agevolare la concessione di mutui e sovvenzioni agli esercenti, nel tentativo di migliorare le sorti dell’attività mineraria.
Nonostante gli accordi economici stipulati dal Consorzio Obbligatorio, lo zolfo siciliano, totalmente esportato all’estero, non riusciva a reggere la spietata concorrenza dell’industria americana. Ciò venne aggravato dall’impossibilità di trasformare lo zolfo in altre materie prime in prossimità dei luoghi di produzione, a causa dell’inesistenza in Sicilia di stabilimenti industriali di trasformazione. Tale utilizzazione avrebbe evitato allo zolfo siciliano la via obbligata dell’esportazione.
Il numero delle miniere attive continuò a diminuire costantemente sebbene la produzione di zolfo ed il numero di operai si mantenne pressoché stabile sino all’inizio della seconda guerra mondiale, seppure con numeri ben lontani da quelli di inizio secolo.

Le persistenze della crisi del mercato internazionale determinarono il disimpegno del capitalismo settentrionale mentre sopravvivevano, duri a morire, i residui feudali“. (Zolfare in Sicilia, Legambiente-Salvalarte Sicilia, Palermo 2004)

In quegli anni, in cui molte miniere videro cambiare i propri esercenti, la mafia cominciò a mostrare interesse per la gestione di alcune zolfare. Non a caso è documentata la presenza del capo mafia don Calogero Vizzini nelle gestione della miniera Gessolungo dal 1919 al 1954, e della miniera Gibellini, sita fra Montedoro e Racalmuto, intorno agli anni ’50.
Il Regio Decreto 29 luglio 1927, n. 1443, reintrodusse la demanialità dei sottosuoli minerari cercando, seppure in ritardo, di trasformare il regime feudale di proprietà. La proprietà delle miniere passò allo Stato, più precisamente al Corpo Nazionale delle Miniere, dipendente dal Ministero dell’Industria.
Tuttavia il carattere della legge fu più formale che sostanziale. Infatti, nella miniera Trabonella, alla proprietà del barone Morillo si sostituì la concessione perpetua della S.A.M.T. (Società Anonima Miniere Trabonella), amministrata dal barone stesso. Anche alla miniera Gessolungo gli esercenti antecedenti al 1927 rimasero alla guida della zolfara, uniti sotto il nome di Società Anonima Miniere Gessolungo.
L’Industria zolfifera siciliana trasse un irrisorio beneficio, in termini di zolfo prodotto, da tale applicazione della legge.
Risalgono al 1931 due planimetrie delle aree minerarie situate a nord-est di Caltanissetta e della singola miniera Trabonella, realizzata dall’Istituto Georafico Militare.
Nella planimetria in scala 1:25000 la dislocazione delle varie miniere ripercorre il maggiore filone zolfifero nisseno, a forma di grande “Omega”, descritto dagli insigni geologi dell’Ottocento (Mottura, Parodi, Baldacci, Travaglia, Gatto); alle sue estremità le zolfare Giangiana (Gessolungo) e Giumentaro. Sono visibili gli antichi percorsi di connessione tra le miniere e la linea tranviaria che collegava la miniera Trabonella con la stazione ferroviaria Imera.
La planimetria in scala 1:5000, relativa alla sola miniera Trabonella, mostra la dislocazione degli impianti esterni della zolfara. All’estremità occidentale, il pozzo D’Oro attorno al quale si costruirono gli impianti moderni a partire dagli anni ’50, abbandonando gradualmente la sezione Luzzatti. Sono anche rappresentati le lunghe batterie di calcaroni e forni Gill ed i vasti accumuli di rosticcio, che ancora oggi conferiscono alla zona una particolare morfologia.

Fonte: Studi istituzione parco minerario Caltanissetta. Damiano Gallà

 

Autore dell'articolo: amicidellaminiera

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