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I Carusi

Descritti in tanti romanzi e novelle di autori famosi, sfruttati e maltrattati da un sistema che non ammetteva pietà, i carusi erano ragazzini, "picciriddi di 7 - 8 anni che aiutavano la famiglia a ''buscare' un pezzo di pane. Molti di loro a quei tempi venivano venduti ai Capi partita per cento o duecento lire e il padre non poteva più riaverli, fino a quando non restituiva i soldi ricevuti."

Il termine siciliano carusi letteralmente significa "ragazzi" e deriva dall'espressione latina carens usu che significa "mancante d'esperienza".

Il fenomeno del lavoro minorile è stato a lungo diffuso in tutta Italia: nello specifico, il termine caruso era riferito ai minorenni del meridione d'Italia, dopo l'unità.
I Carusi erano elementi essenziali in tale sistema di lavoro: sotto tale nome andavano compresi non solo i ragazzi, ma anche gente invecchiata in quel mestiere; il loro compito consisteva nel trasportare all'esterno il materiale estratto nelle viscere della terra, in un'epoca in cui si sconoscevano gli ascensori meccanici o non si avevano le capacità economiche per impiantarli. Essi possono essere considerati addirittura come gli schiavi dell'industria zolfifera, la cui attività era pesantissima e sicuramente non adatta alla tenera età. Erano infatti adoperati anche dei ragazzi dell'età di sei anni e fu salutato come un portento il provvedimento legislativo n. 3657 dell'undici febbraio 1886 che vietava l'impiego di ragazzi se non avessero compiuto il decimo anno di età e se non fossero stati di sana costituzione fisica da accertarsi mediante visita medica. Giuseppe Pitrè in "Usi e costumi del popolo siciliano" ci parla anche dell'impiego di caruse, solitamente nei lavori di riempimento dei calcheroni, ma si é riscontrata tale consuetudine in pochi centri zolfiferi, tra cui Cianciana, donde appunto l'autore ne ebbe notizia. L'orario di lavoro poteva arrivare a sedici ore giornaliere e i poveri sfruttati potevano subire maltrattamenti e punizioni corporali se accusati di furto (il più delle volte la colpevolezza era inesistente), o di scarso rendimento.


Il superiore diretto dei carusi era il picconiere; dopo che questi aveva preparato il carico, i carusi lo mettevano dentro sacchi di tela molto robusti o più spesso in cesti di vimini di forma conica, gli "stirriaturi". Adattandosi su una spalla un cuscino riempito di paglia con una correggia alle punte, che essi facevano passare sulla fronte per farlo restare fermo, vi poggiavano sopra il carico e, disponendosi in fila indiana, cominciavano l'ascesa attraverso le scale senza fine, così strette da non permettere il passaggio simultaneo di due persone. Il primo della fila portava la lucerna di creta a olio sulla fronte, uncinandola alla corda che sosteneva il cuscino. Il carico era costituito da circa cinquanta chilogrammi di minerale, come un sacco di cemento; e' quindi immaginabile l'enorme fatica cui erano sottoposti quegli esili corpicini, molto spesso malnutriti.
Nudi o quasi, muniti di un gonnellino cinto alla vita, essi vennero rappresentati da scrittori che visitarono le zolfare, tra cui Luigi Pirandello che ce ne da una suggestiva descrizione nella novella "Ciaula scopre la luna".

Iniziata la marcia per portare il minerale all'esterno "spaddafori" cioè a spalla, essi si fermavano ogni tanto per riprendere fiato. La discesa avveniva invece lentamente per il rammarico di dover abbandonare la chiara luce per immergersi nuovamente nell'oscurità e per la paura che provavano nei confronti del picconiere, che, essendo pagato a cottimo, li accoglieva con parolacce o addirittura li percuoteva a calci e a pugni pensando che avesse impiegato troppo tempo per il trasporto; il suo potere sul caruso era infatti molto grande. Pagando ai genitori di questo qualche centinaio di lire, il che Malformazioni Carusiprendeva il nome di "succursu muortu", egli assumeva sotto la sua direzione il ragazzo, cui forniva il cibo, consistente in pane di segale, in qualche pezzo di formaggio e nel "cucinatu", costituito dalla cosiddetta pasta alla "carrittiera", cioé bianca o con olio e aglio, oppure condito con sugo fatto alla buona o con i prodotti tipici della stagione: in primavera per esempio erano molto usate le fave verdi, i cosiddetti' "faviani".
Succedeva spesso che i genitori del caruso accettassero il "succursu muortu" da un altro picconiere, e si rifiutassero di restituire al primo la somma ricevuta, provocando così delle liti con conseguenze talvolta dolorose. Spesso dei carusi ceduti si perdevano letteralmente le traccie al punto che in varie tragedie in miniera dove essi perivano spesso i carusi estratti morti non avevano neanche un nome. Emblematico a riguardo il cimitero dei minatori morti nella tragedia di Gessolungo nel 1881 dove sono sepolti 9 carusi senza nome.

E' facile comprendere in quali condizioni fisiche e morali crescessero questi ragazzi. Spesso era dato vedere dei corpi sbilenchi, con le gambe ad angolo per l'abitudine a camminare sotto gravi pesi; le ginocchia di una grossezza eccezionale, la pancia rigonfia, fenomeno dovuto alla malaria e combattuta con mezzi empirici, sconoscendosi il chinino, cioé inghiottendo grani di pepe o infusi fatti con legno cassio.
Moralmente questi ragazzi venivano su in condizioni ancora più spaventose; abbrutiti per non avere conosciuto le gioie dell'infanzia spensierata, avendo vissuto in luoghi in cui facilmente potevano svilupparsi gli istinti più bestiali, privi di una benché minima educazione scolastica e immersi nel più totale analfabetismo.

Il racconto di Giovanni Verga, Rosso Malpelo, descrive accuratamente le condizioni di vita dei carusi di minieraCarusi.

Solo alla metà del XX secolo questa situazione di sfruttamento si attenuerà per cessare negli anni fra il 1967 ed il 1970. Nei processi effettuati negli anni cinquanta sono emerse testimonianze raccapriccianti contro gli sfruttatori.

Anche il racconto Ciàula scopre la luna in Novelle per un anno di Pirandello tratta la storia di un caruso di miniera, che per la prima volta vede la luna nella notte, di cui aveva sempre avuto paura.

Il primo film del regista siciliano Aurelio Grimaldi intitolato La discesa di Aclà a Floristella analizzava proprio l'allucinante vita di un povero caruso, sfruttato e abusato nella miniera di Floristella.




 

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