Gli infortuni ed i disastri minerari

“[…] E’ degna di attenzione la quota elevata d’infortuni sul lavoro, che dà la classe degli solfatari, e specialmente de picconieri e de’ carusi che lavorano nell’interno della miniera. Essi vanno esposti a frequenti pericoli. Qualche volta perdono la vita per gas irrespirabili che si sviluppano improvvisamente;

più spesso per franamenti, per scrollamenti parziali o totali delle volte delle gallerie. Per le stesse cause o per cadute dalle scale o in pozzi che nell’oscurità non possono evitare restano deformanti e privi di qualche arto. Non sono rari gl’incendi, che tagliano la via all’uscita; e si possono appena immaginare lora le scene di disperazione che si svolgono sottoterra e la cui descrizione da qualche lavoratore, miracolosamente salvato, desta raccapriccio.”

 

(Colajanni N., Sui lavoratori delle zolfare in Sicilia, in Giornale di Sicilia, 16-17 giugno 1894.)

“Cercando di individuare le cause del crollo in solfara, eventi che in antico si verificavano con una certa frequenza, bisogna tenere presente tre circostanze: il sistema di coltivazione, la gabella del coltivatore, il cottimo del picconiere.

In antico la coltivazione veniva praticata per gallerie e pilastri in un primo tempo, e poi, sfruttato il filone principale dello zolfo, si abbattevano i pilastri, e ciò provocava la caduta degli archi, e questo materiale detto appunto di caduta costituiva la seconda parte dello sfruttamento della galleria.

Naturalmente l’azione dell’abbattimento si eseguiva in ritirata, ossia provocando la caduta anzitutto dei pilastri più interni. Questo sistema di lavoro, di secondo sfruttamento, era molto pericoloso sia perché si rischiava di rimanere coperti dal materiale prima di potersi allontanare, anche se molte erano le precauzioni adottate, sia per l’inevitabile accensione del materiale per sfregamento cadendo.

Ancor più grave era se il crollo avveniva prima dell’abbattimento delle colonne, e questo accadeva quando il gabellotto, che aveva precedentemente coltivata la solfara, aveva lasciato pilastri troppo esili per l’avidità di voler trarre la maggior quantità possibile di materiale.

A questo punto bisogna sapere che il proprietario della terra, e per ciò della solfara, contrattava due volte la gabella: la prima volta con un esercente per lo sfruttamento della galleria, e poi, con lo stesso o con altro esercente, lo sfruttamento delle colonne e degli archi. E’ evidente che il primo aveva avuto interesse smodato a tracciare gallerie larghe e pilastri al minimo della resistenza per sfruttare al massimo la sua gabella. Mancavano i reali controlli, non si rispettavano le trattative, la connivenza era palese tra i responsabili.

Quanto era cauto l’esercente, era incauto ed avido il picconiere. Questi non essendo a giornata, ma a cottimo, aveva interesse a trar fuori quanto più materiale potesse, e ciò gli era facile assottigliando le colonne. Da queste note possiamo desumere che molti crolli, con tragiche conseguenze, siano stati dovuti a poco scrupolo di gabellotti e poca sensatezza di picconieri.”

(Galletti S., Surfaru e surfarara, Caltanissetta 1996, pagg. 116-117)

“Gli operai dell’interno erano soggetti in maggior misura a vari pericoli, tra cui il “grisou” e l’idrogeno solforato. Essi causavano l’esplosione di gas nascosti dentro le cavità e fenditure della roccia che prendevano comunemente il nome di “garberi”; bastava un colpo per causarne l’esplosione, che aveva conseguenze spesso letali, con ustioni gravissime.

[…] L’idrogeno solforato o “agru” era generato dalle esalazioni metiliche dell’acqua sulfurea “mintina”, […]: quest’acido attaccava principalmente gli occhi, si da costringere il colpito a non poter lavorare per vari giorni. Colpiva pure le vie respiratorie, dalle quali passando per assorbimento nel sangue produceva l’avvelenamento immediato.”

(Candura G., Miniere di zolfo di Sicilia, Caltanissetta-Roma 1990, pagg. 78-79)

Autore dell'articolo: amicidellaminiera

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