Origini delle miniere (II – III secolo d.C.)

Risalgono al II – III secolo d.C. i primi reperti archeologici che testimoniano l’estrazione dello zolfo in Sicilia. Si tratta di “Tegulae mancipum sulphuris” (“Tegola degli appaltatori di zolfo”) rinvenute nel territorio di Agrigento o di Milena (Caltanissetta) che presentano un’incisione che va da destra verso sinistra. Queste tegole venivano poste nei contenitori in cui si raccoglieva lo zolfo fuso, affinché i pani di zolfo portassero impresso il nome della miniera o del proprietario.
La tegola rinvenuta in contrada Aquilia, nel territorio di Milena, reca a rilievo la scritta “EX PRAEDIS M. AURELI COMMODIAN” (“Dalle proprietà di Marco Aurelio Commodiano”). Gli usi dello zolfo nell’antichità furono descritti dallo storico romano Plinio il Vecchio. Nella sua opera “Naturalis Historia”, viene fatta menzione dell’utilizzo dello zolfo in campo medico, per preparare rimedi e unguenti, nell’arte tessile, nell’industria dei vetri e in ambito rituale, per la cerimonie sacre di purificazione.
Fino al XVII secolo la bassa domanda di zolfo è soddisfatta, soprattutto, dalle solfatare vulcaniche. Le poche zolfare esistenti all’epoca erano differenti dalle miniere odierne. L’estrazione del minerale avveniva in superficie o in scavi di limitata profondità, simili a delle trincee, in corrispondenza di affioramenti di rocce ricche di minerale.
In siciliano, le solfare si chiamano pirreri, cioè a dire cave (di pietra), perché appunto in origine esse erano vere e proprie cave di minerale di solfo, limitate in estensione e in profondità, che si lavoravano spesso quasi a cielo scoperto e che si abbandonavano appena presentavano pericolo di crollamento, per aprirne altre in luogo vicino.

Autore dell'articolo: amicidellaminiera

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